Liberata Teatro  -  2006

Locandina

Una produzione Compagnia Teatro dell'Argine

con Micaela Casalboni, Giulia Franzaresi, Andrea Gadda e Frida Zerbinati
aiuto regia: Carolina de la Calle Casanova
costumi: Cristina Gamberini

testo e regia: Nicola Bonazzi

Lo spettacolo

Una provincia degradata e dai contorni sfumati; un tempo indefinibile, in bilico tra passato e presente; quattro personaggi abitati da furori indomabili. Hanno nomi che profumano di nostalgia e di pasta tirata a sfoglia: Liberata, Italo, Primo, Fiorina. Si presentano a noi quando tutto è già finito, costretti a narrare compulsivamente la loro storia, e a scontare in tal modo ognuno la propria pena. Montano il loro spettacolino circense per un pubblico vorace, che, più che guardare, li spia con laida attenzione. 
 
Ogni tanto salgono le note di qualche motivetto popolare o le melodie celebri  di qualche melodramma da salotto. E intanto i personaggi raccontano... Raccontano della solitudine di Liberata, e della sua giostra in riva al mare, poco lontano dalla smagliante lucentezza delle località turistiche. Raccontano dell'arrivo, dalla pianura fumosa di nebbia, di uno squattrinato perdigiorno che si chiama Italo, “come l'Italia”, e delle sue due figlie, angeli della disperazione, bambine costrette a diventare grandi anzitempo. Raccontano dell'amore tra Liberata e Italo, un amore che diventa presto sopraffazione, perché il benessere tanto sognato non arriva e bisogna pur sfogarsi in qualche modo.
 
 Raccontano della leggenda medievale di Santa Liberata, che promessa in matrimonio a un re, decide di essere solo sposa di Cristo, e invoca un miracolo per scampare le nozze, e Dio le dona la barba e finisce crocifissa per avere contraddetto la volontà paterna. Raccontano di come la moderna Liberata, prima di soccombere sopraffatta dal martirio, compia il miracolo di salvare Italo dal degrado totale, e di come le due bambine, rimaste sole, possano ricominciare l'estenuante gioco di soprusi e umiliazioni.
Così, la prossima volta, il racconto potrà riprendere dallo stesso punto. In eterno. 
 

Il testo

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Le recensioni

La Repubblica
Rodolfo Di Giammarco
Il vedovo sciupafemmine nella giostra di “Liberata”
Il rozzo Zampanò di Fellini si reincarna in un tirannico sciupafemmine Anni ’60, un vedovo che tratta la nuova arrendevole partner e due figlie-zimbelle come freaks da circo popolare. Il toccante, traumatico e genuino Liberata scritto e diretto da Nicola Bonazzi (già co-autore di Perrotta) ha per titolo il nome del capro espiatorio femminile (Micaela Casalboni, encomiabile) che dopo una via crucis di angherie, disonori, fiatoni e incesti mette fine al calvario imitando un’omonima santa martire, soffocando il marito-padrone nudo come un Barabba. Gli oltraggi maschi di Andrea Gadda turbano e disturbano, e Giulia Franzaresi e Frida Zerbinati sono le liliali cerimoniere, in un’aura operistica di giostra di provincia. Bell’apologo d’anima e animalità romagnole.
 
Il Messaggero
Rita Sala
Dolor di donne e strepito di mare
All’Argot Studio in scena “Liberata”, fiaba nera di gran fascino, testo e regia di Nicola Bonazzi 
Merita la parafrasi di un celebre verso di Giovanni Pascoli, la fiaba nera di Nicola Bonazzi Liberata, in scena (fino all’11 maggio) all’Argot Studio di via Natale del Grande. ...stormir di fronde, cinguettio d’uccelli, / risa di donne, strepito di mare scrive il poeta nella sua celebre Romagna, ritraendo la magia campestre e marina insieme della terra dei Guidi, del Malatesta, del Passator cortese. Parafrasi perché il luogo in provincia di Viserba dove vive, nel suo candore, Liberata la pia zitella, irretita da Italo, maschio fatuo, brutale, donnaiolo, vedovo con due figlie in cerca di una serva con dote, non avverte il riso delle femmine. Avverte invece il loro dolore, il rumore crosciante dei sogni spezzati, la muta sofferenza fisica, l’afflato struggente dell’amore vilipeso e senza speranza, l’umiliazione, persino la cattiveria indotta e lo slancio mistico, solo presuntamente salvifico. Siamo nella dolce Romagna dove la vita ribolle come le gemme sugli alberi a primavera. Certo. Ma in spiaggia e fra le giostre delle fiere circola anche il Male: Italo, con il suo furgone di venditore ambulante, che manda baci alle clienti. Italo che seduce in quattro e quattr’otto, fiutando il buon affare, la povera Liberata. Italo il nottambulo, animale da bar e da copula ruspante, che si lascia adorare dalla donna sposata solo in Comune e tira su le figlie, giocoforza maliziose e malevole, da spietato padre-padrone. Italo che non esita a violentare la più grande. Che prende a cinghiate tutte quante e non indietreggia di fronte alla possibilità di far prostituire, in cambio dei favori di un assessore, la povera compagna. Lo spettacolo è una meraviglia di ritmo e pathos. Bonazzi, aiutato dalla bravura e dalla dedizione quasi masochistica della protagonista, Micaela Casalboni, nonché dalla perfetta aderenza al ruolo di Andrea Gadda (Italo), Giulia Franzaresi (Primo, la ragazza più grande) e Frida Zerbinati (Fiorina), il drammaturgo e regista costruisce uno spaccato surreal-fantastico in cui i “tipi” sono però vivi e veri, di carne palpitante o straziata, corrotta o santificata, anelante, ferita, estrema. Fino al delitto “santo”. L’evento è in dialetto. Piccolo, toccante e forte. Da non lasciarsi assolutamente scappare.
 
Il Sole 24 Ore
Antonio Audino
Una donna Liberata
Tre attrici e un attore di sottilissima finezza interpretativa, innanzitutto. Poi una favola nera che attinge da atmosfere di provincia romagnola, tra baracconi di tirassegno, umili casupole, furgoni per piccoli commerci. Tutto nasce all’interno di quell’attivissima factory che è il Teatro dell’Argine, con sede all’Itc di San Lazzaro di Bologna. Basta dire che questo spettacolo, Liberata, in scena al Teatro Argot di Roma, scaturisce dalla penna e dalla cura registica di Nicola Bonazzi, autore delle narrazioni di emigrazione di Mario Perrotta. Qui Bonazzi si conferma drammaturgo di infinita sensibilità, capace di disegnare con nitidezza profili di piccola umanità, facendone però emergere i tratti profondi di inquietudine, le speranze e le amarezze, collocando tutto in un tempo senza tempo, che certo non assomiglia più al nostro, ma fa parte di quel passato recente nel quale c’è ancora possibilità di osservare gli individui da vicino, senza le incrostazioni di una modernità massificante. Un uomo, vedovo e dongiovanni impenitente, sposa la candida Liberata fornendole l’illusione di un amore e dandole da accudire le due figlie, fino ad arrivare al tentativo di usare la moglie come merce di scambio per i suoi maneggi con un assessore. Solo un miracolo può salvare la donna e l’evento impossibile accade, lo stesso che evitò il martirio alla santa omonima. Non si può svelare di più per questa delicatissima composizione, talmente struggente e densa di vibrazioni da poter essere resa appieno soltanto da interpreti particolarissimi, come Micaela Casalboni, la tenace e fragile Liberata, o Andrea Gadda, l’ ombroso bellimbusto, Frida Zerbinati, attonita e sorridente bambina e Giulia Franzaresi, malinconica e sognante sorella maggiore.
 
L’Unità
Rossella Battisti
Liberata, storia di sante, donne e uomini machi
C’è un piccolo “circo”, in un teatro nascosto di Roma (lo storico Argot nel condominio di via Natale del Grande 27) che meriterebbe una visita. Un circo umano, affresco nebbioso di provincia dove si agitano le passioni primitive di un quartetto di personaggi che Nicola Bonazzi (già coautore con Mario Perrotta della saga di Italiani cìncali) ritaglia e dirige su misura per la Compagnia del Teatro dell’Argine. Lei è Liberata, donnina mite, tenutaria di un chioschetto in riva al mare, vicino alle giostre. Il destino di lei si chiama Italo ed è un belloccio anni Cinquanta, baffetto sparviero, fare sbrigativo, sguardo obliquo. Con al seguito uno stormo corto di due figlie – Primo e Fiorina –, chiuse, alla bisogna, nella roulotte dove conducono vita nomade. E’ amore fra i due. Anzi passione. Che rapidamente diventa dolorosa per Liberata, sottomessa, dominata, umiliata. Schiava anch’essa con le schiave figlie. Con finale ribelle che conduce a compimento la via crucis. Bonazzi inzuppa il testo nel romagnolo, strizzando il felliniano di troppo. La sua Liberata è un carosello grottesco, cartolina di un’Italia periferica, fra detriti di superstizione e radici robuste di violenza machista. Con una Micaela Casalboni (Liberata) vibrante di emozioni sacre e profane, espressiva fin nel mignolo della mano sinistra, mentre l’Italo sfacciato di Andrea Gadda è il ritratto della sfrontatezza con sigaretta in bocca e mento sollevato. Tiratissime le redini anche alle due giovanissime Giulia Franzaresi e Frida Zerbinati, l’una ombrosa e con ferite segrete, l’altra isterica bamboluccia con segni di disagio. Bonazzi dirige come scrive: serrato, ricco di echi, punteggiato di richiami. Sembra, il suo, un neorealismo trasfigurato nel simbolismo. A volte chiassoso, da horror tinto di pomodoro. Persino disturbante. Poi, apri il giornale, leggi le cronache e ti rendi conto che la nera a teatro è minimalista...
 
Hystrio
Massimo Marino
Sottomessa Liberata
E’ una via crucis in forma di melò, Liberata. Lei è proprietaria di una giostra sulla riviera, un piccolo “calcinculo” che ricorda i luna-park dove potrebbe passare ed esibirsi Zampanò. Lui è molto macho e viene dalla pianura nebbiosa, con due figlie e un gran fisico, l’unica sua risorsa. Lei, inevitabilmente, s’innamora del suo sguardo malandro, della sua stretta nel ballo, anche se si schermisce con pudore. Le figlie la odiano, la disprezzano, la avversano. Lui la seduce e la trascina lontano dalla chiesa, disposta ad accettare tutto per il suo uomo, le umiliazioni, in una passione che si trasforma in vera e propria caduta di una donna ingannata per interesse. Quello a lui piace di lei: la posizione, la cucina, il farsi servire e riverire, come da una cagna al guinzaglio, inchiodata al pianto, esposta al pubblico ludibrio ma sempre pronta a sperare, innamorata davanti a quella vuota scena, qualche sedia, qualche panno, delle catenelle che alludono al suo bene di fortuna, quella giostra su un terreno di cui l’uomo vuole diventare padrone. Degradata come un burattino, “venduta” all’assessore per ingrandire la proprietà, esposta come fenomeno da baraccone, donna barbuta come la santa del suo nome, Liberata, che divenne pelosa per grazia della Madonna, per sfuggire a un uomo orribile. Non sarà sottomessa fino alla fine: troverà la forza di trasformarsi in un’anti-Gelsomina e di strangolare, in una scena lenta e rituale, il suo uomo, e di baciarlo, abbracciarlo ancora, mentre Patti Pravo canta: «Tu mi fai girar come fossi una bambola». Spettacolo dai colori forti, coraggioso e pop nel suo massimalismo melodrammatico, arriva ad attingere la verità di passioni senza sfumature, componendo una specie di antidoto popolare all’ anestesia delle soap che ci tormentano tutti i giorni. Del discorso sulla memoria, che sviluppa da tempo con coerenza e passione, il Teatro dell’Argine mantiene la distanza dell’ambientazione, alla ricerca di un teatro dell’entusiasmo, diretto, senza troppe mediazioni intellettuali: che riesce, soprattutto alla fine, e convince grazie alla prova generosa dei due protagonisti, Micaela Casalboni e Andrea Gadda.
 
Il Corriere della Sera
Paolo Petroni
Tre donne di paese fra sacro e profano
La bassa emiliana verso la foce del Po, quella delle tenere «Comiche» di Gianni Celati, dei comportamenti sanguigni e assieme tra il favoloso e il mitico di certi personaggi del primo Pederiali e del primo Bevilacqua, ci offre oggi una nuova favola nera, tra sacro e profano, forte e delicata, inquietante e ingenua nella sua capacità di farsi poesia. Aiuta in questo la lingua scelta da Nicola Bonazzi, autore e regista del Teatro dell'Argine, il suono evocativo di un dialetto dalle parole tronche e leggere come la nebbia tanto evocata, e capace di prendere corpo e vivere in scena. La cultura popolare ancora non contaminata dalla tv, cui fanno da contraltare le canzonette ingenue primi anni '60, è alla base di questa vicenda famigliare di violenza, stupri, maschilismo egoista e brutale, di cui sono vittime due figlie che non riescono a crescere e una moglie, Liberata, presa perché proprietaria di terre. E questo spettacolo intenso e misurato, all'Argot sino all'11 maggio, si intitola proprio a «Liberata», il cui nome viene da quello di una santa che venne salvata da un matrimonio turpe dal miracolo della crescita improvvisa di una bella barba. Anche la nostra povera inserviente a un baraccone di tiro a segno troverà il modo per essere liberata dalla possibilità di finire vittima di transazioni che vorrebbero utilizzare il suo corpo e approfittare del suo animo sedotto dalle atroci e sadiche tenerezze di Italo, un bellimbusto nullafacente di paese «con la sua sigaretta in bocca come un attore del cinema». Una storia, una via crucis di un martirio al femminile tra il subito e l'accettato, estremo e che lascia aperte solo soluzioni estreme nel mettere in campo sentimenti e sensazioni elementari, condizionamenti che, come per un imprinting, si perpetuano senza soluzione. Tutto nel vuoto di una scena di pochi oggetti, quattro sedie, disegni infantili a scandire la narrazione coatta a posteriori, quando ormai tutto è accaduto, che rivive nei corpi dei quattro interpreti sempre incredibilmente veri, Micaela Casalboni, Giulia Franzaresi e Frida Zerbinati in bilico tra dolore e dolcezza, e il naturalmente subdolo Italo di Andrea Gadda. 

Le date

Siamo spiacenti ma al momento non ci sono date per questo spettacolo

Teatro dell'Argine Società Cooperativa Sociale | Sede legale via dei Gelsi, 17 | 40068 San Lazzaro di Savena - BOLOGNA | P.I. 02522171202