The March/La Marcia Teatro  -  2003

Locandina

Una produzione Teatro dell’Argine/Badac Theatre (Inghilterra)

con  Lorenzo Fontana, Andrea Gadda, Alvaro Maccioni, Ben Read, Daniel Robb

traduzione Luca Barbuto

testo e regia Steve Lambert

Lo spettacolo

The March/ La marcia segue tre prigionieri, Müller, Soneson e Wetzler, mentre marciano da un anonimo campo di concentramento verso una destinazione sconosciuta. The March/ La marcia si concentra sulla persecuzione del prigioniero Müller da parte di una delle guardie, Kaduk, e sull’effetto che questa ha non solo su Müller ma anche sugli altri prigionieri che stanno con lui. Noi guardiamo, ascoltiamo ed esploriamo la battaglia di Müller per sopravvivere a tutti i costi, la sua determinazione a vincere questa “partita” con Kaduk e come le sue esperienze plasmino la sua visione del mondo. Kaduk dice a Müller, fin dall’inizio della marcia, che lo ucciderà, ma Müller continua ad andare. Durante la marcia Kaduk lo umilia e lo tortura, ma Müller continua ad andare.
Lentamente noi realizziamo che Müller, attraverso le sue esperienze nel campo e durante la marcia, si è evoluto da semplice prigioniero a un ibrido di guardia e prigioniero, il suo odio per le guardie è paragonabile solo al suo disgusto per gli altri prigionieri.  

Egli disprezza quella loro fiducia nella fede e nei ricordi che li fa andare avanti. Li vede come esseri deboli, destinati a essere distrutti a causa della loro cecità nei confronti della situazione in cui si trovano. Egli vede Dio come uno svago inopportuno. Vede l’umanità come una forza violenta nella quale solo il più forte sopravviverà. Man mano che la marcia procede, Kaduk comincia a usare sia Soneson che Wetzler come esempi della debolezza umana, li costringe a fare azioni specifiche pur di sopravvivere e poi, quando loro le hanno fatte, li uccide comunque, per dimostrare a Müller che tutto ciò che sta facendo è inutile, futile, ciò nonostante Müller continua ad andare, si rifiuta di rinunciare. Egli morirà ma, a suo modo, continua a lottare, a sperare.
The March/ La marcia è un’esplorazione della condizione umana, osserva ciò che noi facciamo quando abbiamo controllo e potere, la violenza della quale siamo capaci, e fino a che punto arriveremmo pur di sopravvivere.

The March/La Marcia è uno spettacolo sulla violenza, sulla condizione dell'uomo quando è sottoposto alla violenza, alla violenza totale, fisica, psicologica e spirituale. E in The March la violenza è esibita, non mediata, la reale condizione di uomini schiacciati da altri uomini è presentata in tutta la sua crudezza e verità, così come il crescendo inarrestabile della crudeltà del simile contro il simile, che inevitabilmente riduce e trasforma tutti gli uomini, di qualunque natura, condizione sociale, carattere, in mostri che di umano hanno ormai ben poco.
Potremmo dire che The March più che uno spettacolo è un'esperienza, un'ora dell'esperienza – della fortissima esperienza – di cinque individui, che diventa l'esperienza di chi guarda.
In The March ciascuno degli attori – tre italiani e due inglesi – parla la propria lingua madre, dando vita a una partitura bilingue che riporta alla mente quella che, sinistramente, risuonava all’interno dei lager nazisti, con le guardie che parlavano tedesco alle migliaia di prigionieri delle più diverse nazionalità, anche se la pièce non fa riferimento a un contesto storico definito.

The March vuole esplorare le dinamiche di violenza e di sopraffazione che sempre si verificano in condizioni estreme, inferni quotidiani noti come "guerre" alla nostra "civilizzata" società contemporanea.
«Il nostro lavoro si è sempre concentrato sui diritti umani, e più esploravamo queste questioni, più ci rendevamo conto che l’umanità è controllata dalla violenza, la violenza contagia ogni aspetto della condizione umana, è tanto vitale per l’esistenza umana quanto lo sono l’aria che respiriamo o il cibo che mangiamo. Senza violenza noi non abbiamo niente, l’umanità lo ha dimostrato in modo molto concreto in un arco di migliaia di anni, noi sopravviviamo perché abbiamo questa capacità di violenza estrema e non nonostante questo. Questa violenza non è solo violenza fisica, noi, come specie, abbiamo raffinato la violenza in modo che possa essere emozionale, psicologica e persino spirituale. The March è un esperimento per cercare di trovare un’essenza di questa violenza attraverso il teatro. Ecco che, per affrontare questo, il nostro lavoro deve essere estremo: gli attori saranno portati a un punto di distruzione fisica, nel quale non abbiano più niente da dare; a partire da questo esaurimento, noi esploreremo la loro violenza, trarremo da loro la loro capacità di distruzione e la incanaleremo nella pièce, creando nello spazio un’energia e una paura che sono completamente estranee alla maggior parte del teatro ma che erano la normale vita di tutti i giorni per gli internati dei campi di sterminio.
L’esperienza che questo crea sia per gli attori che per gli spettatori sarà intensa, disturbante, brutale e distruttiva. Questo è ciò che vogliamo. Se dobbiamo comprendere sia le capacità che la sofferenza dell’uomo allora dobbiamo aspettarci che l’esperienza sia dolorosa.»

Steve Lambert

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Il video

Le recensioni

Violenza, vittime e carnefici nello spiazzante «The March»
La “sfida” del Teatro dell’Argine: sul palco dell’Itc di S.Lazzaro la lotta per sopravvivere in un campo di concentramento, con gli spettatori coinvolti loro malgrado
di Massimo Marino

BOLOGNA Si può riportare su un palcoscenico la violenza estrema dell’uomo sull’uomo, il campo di concentramento, la guerra civile e il genocidio, Auschwitz, il Ruanda, la ex Iugoslavia? Si può implicare lo spettatore nell’orrore, o almeno scuoterne la distanza, immergerlo in quesiti poco risolvibili suscitandone il disagio?
Ci provano all’Itc di S.Lazzaro il Teatro dell’Argine e la compagnia londinese Badac Theatre con «The March/La Marcia», uno spettacolo bilingue, con attori italiani e inglesi, scritto e diretto da Steve Lambert e tradotto da Luca Barbuto. Una lotta estrema per sopravvivere di tre prigionieri che marciano senza sosta, diretti dalle urla di due carcerieri, accompagnate dai colpi sordi o violenti battuti su alcune lamiere. Il ritmo, le parole, la tensione psicologica diventano pressoché insopportabili, travolgendo lentamente le difese dello spettatore, trasformando la rappresentazione, all’inizio un po’ convenzionale, in un’esperienza disturbante, coinvolgente. L’occhio degli autori è rivolto al teatro della crudeltà di Artaud e a certi spettacoli del Living Theatre, ma anche alla drammaturgia inglese più recente, quella di Sarah Kane, di Marc Ravenhill e di altri esploratori della violenza contemporanea più devastante.
Mentre il pubblico entra nella sala semibuia, già marciano i tre prigionieri su una passerella inclinata che parte dal centro della platea e arriva sul palcoscenico, già scandiscono il tempo i due aguzzini sui corridoi laterali. Quando l’ultimo spettatore è sistemato, inizia il bombardamento, urla in inglese alle quali bisogna rispondere «Sissignore!» e continuare a marciare, come nei campi di concentramento, come nell’addestramento di «Full metal jackett» di Kubrik. Le guardie ordinano di correre, di caricarsi sulle spalle un compagno, più veloci, marciare, marciare, di andare, dal campo di sterminio a non si sa dove.
Un ritmo forsennato impone agli attori una fatica che li trascina sempre più nella parte, trasportandoli ad estremi fisici che si trasformano in metafora di una condizione di fuoriuscita da sé, di smarrimento dei vincoli di solidarietà, di perdita di umanità. Si delineano, nei dialoghi a bassa voce, quando gli ordini tacciono e si continua a marciare, i ruoli delle vittime: Soneson (Lorenzo Fontana) ha fede e speranza in Dio e viene deriso e chiamato «fregna religiosa», in un turpiloquio continuo, un po’ di maniera; Wetzler (Andrea Gadda) non sa, non capisce, ma non può disperare; Müller (Alvaro Maccioni) ha visto morire moglie e figlia, le ha bruciate nella camera a gas, e vuole solo sopravvivere, a qualsiasi costo. Una guardia, Kaduk (Ben Read - l’altra è Daniel Robb), ingaggia con lui una lotta come il gatto col topo, portandolo a rivelare agli altri le sue complicità, imponendogli vessazioni e torture di ogni tipo. Illude che ubbidendogli si possa sopravvivere e poi, come un Dio crudele, uccide. Costringe Müller a portare il cadavere di Soneson sulle spalle; obbliga Wetzler a congiungersi con il morto e poi lo assassina.
E Müller va avanti, sotto il peso, sotto il terrore, senza rimorsi per le nefandezze di cui si è fatto complice, mutato in carnefice come i suoi persecutori. La loro peggiore colpa, dice uno dei suoi compagni prima di morire, è di averci resi simili a loro. Anche Müller verrà ucciso: gli ordini alla fine verranno urlati al pubblico, cui viene imposta una prova estrema, una domanda senza risposta sull’origine della violenza e su come essa sia capace di trasformare l’essere umano.
Il Badac Theatre, premiato al Fringe Festival di Edimburgo, lavora dal 1999 sul tema dei diritti umani e bene si è incontrato e fuso con il Teatro dell’Argine, una compagnia attenta a indagare sulla scena i conflitti e i problemi dei nostri tempi.

"The March": la disgrazia di essere vivo
Collaborazione internazionale tra Itc e Badac Theatre
di Nicola Zuccherini

Lo spettacolo in scena in questi giorni all'Itc (repliche fino a sabato 27) è una drammatica messa in scena dell'universo concentrazionario, con due o tre buone idee. Lo ha realizzato la compagnia di casa (il Teatro dell'Argine) insieme al londinese Badac Theatre, un gruppo che unisce il lavoro sui diritti umani a una pratica di scena di estrema durezza. Testo e regia dell'inglese Steve Lambert, in scena cinque attori: tre italiani nel ruolo dei prigionieri, due inglesi nella parte delle guardie che li umiliano, li torturano e li uccidono. E ognuno parla la sua lingua.
The March è un'Auschwitz di ieri o dei nostri giorni, rappresentata con essenzialità: niente musiche, la scena nera e vuota, solo una pedana che dal palcoscenico scende tra le prime file ed ospita la triste marcia dei prigionieri. Ai lati della sala due file di lastre metalliche, percosse dalle guardie ad evocare uccisioni e pestaggi. L'autore mostra agli spettatori allibiti, a volte disturbati, le umiliazioni più violente: niente dettagli anatomici, ma una mimica inequivocabile (tanto che il teatro sconsiglia la visione a persone impressionabili). Non c'è grande forza emotiva (anzi, lo spettacolo è freddino) né intensità morale: i prigionieri, tra loro, discettano a lungo di Dio e di Giustizia, senza dire nulla di nuovo (e tolgono così ritmo all'azione). The March convince, invece, per la precisione dell'azione scenica e soprattutto per la perfetta rappresentazione dei rapporti tra guardie e prigionieri. Gli inglesi usano sempre gli stessi ordini, gli stessi insulti, gli italiani cercano di capire in fretta per sopravvivere: un mondo con due lingue, in cui si capisce bene qual è quella dei dominatori. Ed è ben ricostruita (anche troppo) anche l'assurda atmosfera di noia, di burocratica ripetitività dei luoghi di detenzione: tedio e burocrazia che nei luoghi denunciati da The March diventano morte.

 

La scheda tecnica

La durata dello spettacolo è di 80 minuti senza intervallo.

Luci
20 pc 1000w
2 dimmer 6 dm x 2000w
1 mixer 12 canali doppia scena

Fonica
2 casse preamplificate di potenza adeguata allo spazio
Caveria sufficiente al collegamento delle casse al mixer (finali cannon o jack)
Mixer audio e lettore cd a carico della compagnia
 

Teatro dell'Argine Società Cooperativa Sociale | Sede legale via dei Gelsi, 17 | 40068 San Lazzaro di Savena - BOLOGNA | P.I. 02522171202