Gli Amici di Luca

Il Progetto

un progetto della Casa dei Risvegli Luca De Nigris/Gli Amici di Luca
in collaborazione con il Teatro dell'Argine
con il supporto di Regione Emilia Romagna, Provincia di Bologna e Dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università degli Studi di Bologna
laboratorio iniziato a partire dal 2012 - 2013

La compagnia teatrale, nata nel maggio 2003, è composta da persone che hanno vissuto l'esperienza del coma, attori, volontari e operatori della Casa dei Risvegli e ha come finalità la coesione sociale, la riabilitazione delle persone con esiti di coma e la sensibilizzazione della società al problema. Il percorso parte dall’utilizzo del teatro in situazione terapeutica per arrivare a produzioni artistiche dotate di una propria poetica, che nasce dalla peculiarità della composizione del gruppo. La compagnia ha infatti prodotto, nel corso degli anni, diversi spettacoli teatrali, replicati in varie città italiane e disponibili per eventuali tournée.

Dal 2012 il Teatro dell'Argine conduce un laboratorio teatrale settimanale rivolto agli attori di entrambe le compagnie.

Il 7 ottobre 2014 ha debuttato in prima nazionale all'Arena del Sole di Bologna Wonderland, lavoro nato da questo felice incontro 

Obiettivi

Tra gli obiettivi primari del progetto c’è il sostegno e la promozione della coesione sociale; il processo creativo - proprio delle attività teatrali - è infatti capace di stimolare relazioni tra gli individui coinvolti nel gioco delle azioni sceniche, consentendo alle persone uscite dal coma in primis, e agli operatori che ne condividono l’esperienza, di vivere oltre i confini familiari e quelli di un consueto rapporto terapeutico.

Lo spettacolo

Uno spettacolo che parla di uno spettacolo.

Di uno spettacolo da farsi. Questo alla fine abbiamo voluto che diventasse l’esito di due anni di percorso e di laboratorio. Eravamo partiti dall’idea di lavorare su Alice nel paese delle meraviglie, per via di una singolare sovrapposizione tra le avventure della bambina vestita d’azzurro e la condizione di chi aveva vissuto il trauma del coma; troppe le coincidenze, troppe le analogie per lasciarsele sfuggire: la caduta nel buco, le trasformazioni fisiche, la risalita…

Tuttavia, mano a mano che si procedeva, è diventato chiaro che la cosa più appassionante era meno l’idea dello spettacolo su Alice che il percorso che lo stava generando. Perché quel percorso era la storia di un incontro e dello stupore che aveva regalato a tutti noi.

Non era solo l’incontro tra Gli amici di Luca, gli operatori volontari e le guide del Teatro dell’Argine: era diventato l’incontro di noi con noi stessi, con le nostre paure, i nostri ricordi, i nostri sogni, l’immaginario che ci abita. Incontrare tutto questo in noi è già un’esperienza stupefacente, perché generata spesso da un faticoso travaglio: incontrarla in chi ha subito nella propria vita una cesura ricucita a forza di una lenta approssimazione a un’identità in certo modo nuovo e diversa, significa inoltrarsi in un mondo ignoto e insieme sorprendente.

È la scoperta, per esempio, che il teatro diventa il luogo dell’autodeterminazione: una sorta di pacificata (e insieme spudorata) dichiarazione al mondo di ciò che si è. Essere qualcuno significa essere la propria storia, ma anche le proprie speranze e i propri sogni. Oppure le proprie debolezze, le proprie fragilità.

Ecco, l’incontro tra persone così diverse, eppure accomunate dal solo fatto di essere coinvolte insieme in un progetto teatrale, era già un avvenimento di grande importanza. E dunque, nella nostra testa, lo spettacolo su Alice stava diventando poco per volta lo spettacolo su un gruppo di attori che provano a mettere in scena Alice nel paese delle meraviglie.

Cosa succede nei giorni prima dell’andata in scena? E dieci minuti prima? E cinque secondi prima? Cosa cambia, nell’intimo di ciascuno e nelle relazioni di ciascuno con gli altri, lungo tutto il percorso che porta al debutto?

Così nasce il teatro, come la lenta maturazione di un fiore che deve sbocciare, di un frutto che deve nascere, come un percorso di conoscenza tortuoso ma entusiasmante, come un confronto continuo. Si trattava dunque di esplorare lo spazio emotivo che precede l’andata in scena: mesi prima o pochi minuti prima, in una dimensione isolata e unica, nella quale il tempo si dilata o si comprime a seconda della diversa percezione di chi lo sta vivendo, passando dall’ansia all’entusiasmo, dall’indifferenza all’irritazione.

E si trattava di mandare in scena una compagine ampia, composta più o meno da tutti coloro che avevano partecipato al percorso dei due anni precedenti, ognuno alle prese con le fragilità che il teatro mette in gioco: non solo chi quelle fragilità le ha dovute scontare in maniera evidente e traumatica, ma anche tutti gli altri, cioè tutti noi, che le viviamo nel quotidiano, e ce le portiamo appresso forse da sempre.

Il testo nasce così da una drammaturgia davvero condivisa, costruita a partire da pensieri e riflessioni emerse durante la preparazione dello spettacolo: questo si traduce in un lungo, ininterrotto flusso di coscienza, formato dalle voci degli attori, precedentemente registrate, che si mescolano a musiche e suoni in un unico tappeto sonoro. Insieme alla parte sonora, si è lavorato su una parte video, costruita appositamente a partire dalle riprese effettuate durante il laboratorio: il video diventa parte integrante di un racconto-testimonianza che, pur avendo l’urgenza della verità, prova a smarcarsi dall’appiattimento autobiografico per attingere a una dimensione più ampia e universale.

Di questa si fanno immagine e figura in scena otto porte, cioè otto varchi, otto soglie verso il palcoscenico (cioè verso lo spettacolo da farsi) o verso il mondo, a segnalare una disposizione positiva nei confronti della vita: durante lo spettacolo le porte mutano posizione e funzione, in maniera creativa e dinamica.

L’obbiettivo era di creare un dispositivo spettacolare coeso, in grado di trascendere ogni visione semplicistica, o semplicisticamente orientata, indotta dalla presenza in scena di ex-traumatizzati, senza per questo sovrastarne il potenziale espressivo. Lo spettacolo si traduce così nella narrazione per lampi di un lungo percorso emotivo dove al centro c’è il teatro, motore di suggestioni e sentimenti, promotore di incontri e affetti. La narrazione di un cammino pieno di sorprese, la cui vera meta è di provare a non darsi mete.

Prendersi per mano e andare. Forse è questo lo scopo del teatro. Al punto che, quando lo spettacolo sta per cominciare, lo spettacolo finisce...

 

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