Atto finale - Flaubert Teatro  -  2011

Locandina

Compagnia del Teatro dell’Argine in collaborazione con Festival Internazionale di Andria Castel dei Mondi, Lunatica Festival, Provincia di Massa Carrara, PO FESR 2007/2013 – Asse IV – Produzione di nuovi spettacoli in “prima nazionale”-Teatro/Danza, progetto affidato dalla Regione Puglia al Teatro Pubblico Pugliese

uno spettacolo di Mario Perrotta dal romanzo Bouvard et Pécuchet di Flaubert

con
Mario Perrotta
Lorenzo Ansaloni
Paola Roscioli
 
musiche eseguite dal vivo da Mario Arcari
aiuto regia: Alessandro Migliucci
 
regia di Mario Perrotta
  
 
Prima Nazionale
4 settembre 2011 ore 22.00
Festival internazionale Castel dei Mondi  - Palazzo Ducale - Andria (BT)
 
PREMIO SPECIALE UBU 2011

Il Premio Ubu 2011

MARIO PERROTTA DEL TEATRO DELL’ARGINE VINCE IL PREMIO SPECIALE UBU 2011 PER LA TRILOGIA SULL’INDIVIDUO SOCIALE

Lunedì 12 dicembre al Piccolo Teatro Grassi di Milano è stato consegnato a Mario Perrotta, attore, regista e drammaturgo del Teatro dell’Argine, il Premio Ubu 2011 nella categoria Premio speciale per la Trilogia sull’individuo sociale.
 
Il premio è stato assegnato a Mario Perrotta per la Trilogia sull’individuo sociale, del quale coglie la disgregazione nel mondo contemporaneo.
 
La Trilogia, nata e prodotta dal Teatro dell’Argine in collaborazione con alcune importanti realtà teatrali italiane, comprende gli spettacoli Atto finale – Flaubert, I cavalieri – Aristofane cabaret  e Il misantropo – Molière. 
 
L’indagine si è svolta nell’arco di tre anni (2009, 2010 e 2011) ed è iniziata con la messa in scena del testo di Molière che ha debuttato in prima nazionale al Festival delle Colline Torinesi 2009, prodotto da Teatro dell'Argine in collaborazione con: Castel dei Mondi Festival di Andria, Festival delle Colline Torinesi, Festival Armunia Castiglioncello,Lunatica Festival, Provincia di Massa, Comune di Poggibonsi. È proseguita con l’allestimento de I Cavalieri – Aristofane cabaret che ha debuttato in prima nazionale al Castel dei Mondi Festival di Andria 2010, prodotto da Teatro dell'Argine in collaborazione con: Castel dei Mondi Festival di Andria, Lunatica Festival, Provincia di Massa Carrara. Si è conclusa nel 2011 con la messa in scena di Atto finale – Flaubert ispirato dal romanzo incompiuto Bouvard e Pécuchet di Flaubert che ha debuttato al Castel dei Mondi Festival di Andria 2011, prodotto da Teatro dell'Argine in collaborazione con: Castel dei Mondi Festival di Andria, Lunatica Festival, Provincia di Massa Carrara, Regione Puglia, Unione Europea, Teatro Pubblico Pugliese. 

Lo spettacolo

«“Se non moriva l’autore, magari la scriveva ancora ‘sta bestia di vita e ci faceva murire a tutt’e due. Invece ci tocca vivere”. Pare proprio di sì: ci tocca vivere. Soprattutto ai due protagonisti di questo nuovo spettacolo, abbandonati lì da Flaubert che muore prima di compiere l’opera. Dal romanzo incompiuto dell’autore francese ho tratto questa profonda e ridicolissima solitudine dei due uomini che, pur essendo in due, sono soli. Due impiegati parigini che nella mia riscrittura si trasformano in due uomini del nostro tempo che, chiusi volontariamente in uno spazio non meglio identificato, tentano l’impresa impossibile: affrontare e risolvere il dolore esistenziale che li assedia studiando e indagando il web alla ricerca di soluzioni, in una vorticosa ascesa verso il ridicolo involontario. Sperimentano tutto ciò che possono per ritrovarsi, ogni volta, con un nulla in mano. E quel nulla gli ricorda continuamente la loro solitudine, la loro impotenza davanti alla vita. Mancheranno ogni occasione, compreso il suicidio, trovandosi costretti a vivere con l’unica certezza di essere soli. Soli come siamo tutti noi, in mezzo a milioni di persone, chiusi in casa per paura del vicino, per paura che possa rivolgerci la parola o chiederci un favore. Soli davanti alla vita che ci tocca di vivere. Dopo lo scontro frontale di Misantropo tra individuo e società e dopo il disastro sociale de I Cavalieri – Aristofane cabaret, ecco l’Uomo, solo di fronte a se stesso nel titanico sforzo di esserci, più ridicolo che mai. Chiudo così la mia trilogia, nella quale ho indagato le mie idiosincrasie e le mie paure di fronte a un modello sociale, quello occidentale, in fase “bizantina”, in caduta libera verso la sua disgregazione. E poche risposte ho trovato e molte domande nuove sono sorte da questa indagine. L’unica consolazione è che, come sempre, arriverà un nuovo “rinascimento”. Spero di esserci.»

(Mario Perrotta)

La trilogia

Trilogia sull’individuo sociale
un'indagine di Mario Perrotta

Scarica il pdf del dossier sulla trilogia

Progetto vincitore del Premio Speciale Ubu 2011

(2011) Atto finale - Flaubert - Dell’utopia individuale 
(2010) I cavalieri - Aristofane cabaret - Dell’agone politico e della utopia sociale
(2009) Il misantropo - Molière - Dell’individuo VS sociale


“Individuo sociale” è una contraddizione in termini. È un’utopia, una condizione limite cui tendere. O uno è “individuo” oppure è “sociale”: è sufficiente l’incontro/scontro con l’altro per mettere in crisi i confini della nostra individualità - questo lo sappiamo bene tutti. Ed è questa lacerazione tra le proprie istanze e quelle dell’altro che ci governa continuamente, nel nostro agire quotidiano e nella nostra evoluzione di razza umana. Eppure tutti vorremmo essere animali sociali, tutti vorremmo vedere il trionfo definitivo della giustizia, dell’equità e della solidarietà. Il vero guaio è che ognuno – ogni individuo – ha un concetto tutto suo di giustizia, di equità e di solidarietà. E siamo di nuovo al muro contro muro: individuo contro individuo. Tre testi dunque, tre farse violente – o grottesche tragedie – per rispondere a un interrogativo: siamo per natura individualisti o animali sociali?

L’indagine si è svolta nell’arco di tre anni (2009, 2010 e 2011) ed è iniziata con la messa in scena del testo di Molière che ha debuttato in prima nazionale al Festival delle Colline Torinesi 2009, prodotto da Teatro dell'Argine in collaborazione con: Castel dei Mondi Festival di Andria, Lunatica Festival, Provincia di Massa, Festival delle Colline Torinesi, Festival Armunia Castiglioncello, Comune di Poggibonsi.
È proseguita con l’allestimento de I Cavalieri – Aristofane cabaret che ha debuttato in prima nazionale al Castel dei Mondi Festival di Andria 2010, prodotto da Teatro dell'Argine in collaborazione con: Castel dei Mondi Festival di Andria, Lunatica Festival, Provincia di Massa Carrara.
Si è conclusa nel 2011 con la messa in scena di Atto finale – Flaubert, ispirato dal romanzo incompiuto Bouvard e Pécuchet di Flaubert, che ha debuttato al Castel dei Mondi Festival di Andria 2011, prodotto da Teatro dell'Argine in collaborazione con: Castel dei Mondi Festival di Andria, Lunatica Festival, Provincia di Massa Carrara, Regione Puglia, Unione Europea, Teatro Pubblico Pugliese.


Il 12 dicembre 2011 al Teatro Piccolo di Milano, Mario Perrotta ha ricevuto il Premio Ubu per l'intero progetto con la seguente motivazione:

Premio Speciale Ubu 2011 a Mario Perrotta per la "Trilogia sull'individuo sociale" del quale coglie la disgregazione nel mondo contemporaneo.


La stampa su Atto finale - Flaubert

Repubblica – Rodolfo Di Giammarco
Dialogo con Flaubert sulla solitudine del web. (…) Una coppia beckettiana di transfughi che si isolano e cercano online (non trovandole) le ragioni della vita e di un oltre. (…) Un caso di drammaturgia binaria che celebra il vuoto.

Avvenire – Domenico Rigotti
Uno spettacolo coeso, denso di contenuto, avvincente e convincente. (…) Uno spettacolo dove la satira della stupidità umana è quanto mai feroce. (…) Superba anche la parte visiva. (…) Il debutto al Festival dei Mondi di Andria che va sempre più rivelandosi come vetrina fra le più interessanti di quel "nuovo teatro" di cui Perrotta è senza dubbio uno della figure più originali. Meritevole di accesso nei grandi teatri.

Libertà – Enrico Marcotti
Perrotta utilizza una chiave di lettura sorprendente, spiazzante, ma al tempo stesso decisamente efficace per restituirci il cuore del pensiero flaubertiano. (…) Spettacolo intelligente, maturo, denso di significati, ottimamente interpretato, che vorremmo rivedere in qualche teatro “altolocato” a fronte, spesso, di proposte deludenti.

Hystrio - Domemico Rigotti
Mario Perrotta e Lorenzo Ansaloni, in perfetta osmosi, si lanciano in un match che non dà tregua. Bravissimi: il primo un Bouvard dall’accento leccese, il secondo un Pécuchet dalla carnosa parlata bolognese. A contribuire al successo anche la brava Paola Roscioli e Mario Arcari che, al pianoforte dilettandosi con le bachiane Variazioni Goldberg, anche lui contribuisce a spezzare l’incantesimo cibernetico.

www.paneacqua.eu - Govoni e Ameruoso
La loro è una tana, un rifugio o una prigione in cui non manifestano agonismo, piuttosto complicità a volte inconsapevole, che conduce all'immagine talvolta tesa al ridicolo, di un isolamento allucinato che non sarà sconfitto dalla conoscenza.


La stampa su I Cavalieri - Aristofane cabaret

Corriere.it - blog Controscene -  Massimo Marino
Non è più la satira tante volte ascoltata, un po’ inoffensiva, in fin dei conti rassicurante e assolvente: è un gesto gaglioffo che col suo procedere da carro armato, con i suoi sorrisetti, le sue moine ritmiche cresce e macera la nostra identità sempre più incerta.
Un trascinante blob teatrale, un vorticoso cabaret, implacabile, materiale teatrale acre. A ritmi folli ed entusiasmanti.

Ateatro.it - Anna Maria Monteverdi
Magnifico cabaret: uno spettacolo davvero esilarante, ricco, generoso, folle, sfrontato. Un cabaret alla Brecht questi “Cavalieri”, un cabaret nero. L’ottimo spettacolo di Mario Perrotta, ci fa piantare gli occhi in faccia alla vita.

Hystrio - Laura Caretti
Nell'amara riscrittura di Perrotta gradualmente le parole si spengono, la bocca non ha più suono e si apre in un ghigno vorace. Aristofane, prima tradotto in un cabaret alla Petrolini, finisce con l'assomigliare a Ionesco.

Retididedalus.it - Titti Danese
Perrotta si scatena a riscrivere Aristofane in sintonia, ma con palese irriverenza, al commediografo greco. Spettacolo complesso, orchestrato con grande rigore, con gli interpreti che si destreggiano abilmente tra musica, canzoni e monologhi per una comunità dispersa, ossessionata dalla crisi e da un futuro senza prospettive.


La stampa su Misantropo - Molière

Repubblica - Rodolfo Di Giammarco
C’è memoria del teatro del primo Mario Perrotta (...) C’è la politica, ne il Misantropo - Molière che Perrotta traduce e realizza avviando una “Trilogia sull’individuo sociale” (...) C’è sana denuncia della piaggeria verso il potere (...). E c’è accusa per i nostri leader sornioni, indignazione per le escort d’alto bordo (... ) E c’è ritmo e senso.

Corriere.it - blog Controscene - Massimo Marino
Il misantropo è la prima tappa di una Trilogia sull'individuo sociale che proseguirà con I cavalieri di Aristofane e Bouvard e Pécuchet di Flaubert. Già da questa prima tappa si apprezza la regia efficace e il coraggio di Perrotta, che abbandona la strada dell'aedo tutto solo in scena per misurarsi con un testo in compagnia.

L’Unità - Rossella Battisti
Mario Perrotta mette da parte, con coraggio, i successi degli assoli e passa a un Molière corale per otto attori. Traducendo, aggiornando al contemporaneo i riferimenti del testo, lavorando all’attualità politica di un Misantropo che si fa “militante dell’etica”.

Hystrio - Claudia Cannella
Una traduzione che sarebbe piaciuta a Garboli. Coraggiosa la scelta registica. E lo spettacolo lo si è visto crescere (e ancora crescerà). A partire dal protagonista, l'Alceste di Marco Toloni, alla splendida Celimene di Paola Roscioli, padrona assoluta della scena fin dal debutto.

La Gazzetta di Parma - Valeria Ottolenghi
Sempre perfetto il festival Armunia di Castiglioncello. Tra gli spettacoli di particolare interesse, intelligenza e fascino, «Il misantropo » diretto da Mario Perrotta. Questo spettacolo resterà alla memoria a lungo.

Stilos - Titti Danese
un Teatro scabro, rigoroso, essenziale in cui la questione etica emerge senza retorica alcuna in una messinscena assolutamente godibile. Ottimo inizio per un progetto triennale che merita attenzione e sostegno.

Corriere di Firenze - Tommaso Chimenti
La storia del “Misantropo” moleriano sembra perfetta per descrivere i nostri tempi e la traduzione di Perrotta, fresca, diretta come diretti con i guantoni tra le corde, dal linguaggio quotidiano senza scadere in quello televisivo, ben riesce a dare ritmo ed una ulteriore regia. Una scelta politica.

Le recensioni

Avvenire
Gli stolti tuttologi di Flaubert schiavi del web - Brillante rivisitazione del regista Mario Perrotta della commedia «Bouvard et Pécuchet» al debutto al festival dei Mondi di Andria
Da Andria DOMENICO RIGOTTI
Reccoli quei due assurdi, bizzarri, straordinari personaggi usciti dalla fantasia estrema di Flaubert che corrispondono ai nomi di Bouvard e Pécuchet. Li conosciamo bene. Due poveri scrivani un poco sciocchi, vittime del conformismo, che un bel giorno si mettono con ingenuo entusiasmo a studiare tutto lo scibile umano.
E tutti vogliono imparare. Sì che non v'è campo del sapere nel quale non si avventurino. Hanno cieca fiducia nella scienza e nelle idee cartesiane.
E non solo.
Ma questa volta, anche se si presentano ancora in sgualcita redingote, non li troviamo più rintanati fra montagne di libri in una vecchia fattoria normanna. Tutto, evviva la cybernetica!, si può imparare grazie a Google e Wikipedia. Sono diventati Bouvard e Pécuchet figli del nostro tempo, ma anche di un futuro prossimo venturo, visto che l’azione marcia fino al 2050. I due piccoli impiegati parigini in questa felice e originale versione di Mario Perrotta (molti naturalmente gli episodi tagliati, ma mantenuti quelli necessari all’oggi) si trasformano in due schiavi di Internet impegnati in ripetitivi esperimenti destinati naturalmente, come nell’originale, a fallire. Diventano due internauti compulsivi i quali alienano l’esistenza smarrendosi in una realtà virtuale in perenne cambiamento.
Con questa rilettura o, meglio, riscrittura del capolavoro incompiuto di Flaubert chiude Mario Perrotta la sua "Trilogia dell’individuo sociale" iniziata con Il Misantropo di Moliére e continuata con I Cavalieri di Aristofane e ci dà con Atto Finale - Flaubert, uno spettacolo coeso, denso di contenuto, avvincente e convincente.
Uno spettacolo dove la satira della stupidità umana è quanto mai feroce (taglienti le battute e quasi sempre a colpire nel modo giusto), ma tutto a correre lungo un arco di umorismo sottile, tributario a volte delle vecchie comiche del cinema muto.
Se i nostri due sciatti eroi paiono assomigliare o farsi antesignani di personaggi beckettiani (Ham e Clov o Vladimiro ed Estragone) a volte sembrano imitare i sublimi Stanlio e Ollio. Superba anche la parte visiva. Ottimo soprattutto il video iniziale dove i due protagonisti s’affacciano con le facce biaccate e sforano lo schermo per farsi poi piccoli eroi del vuoto e della solitudine. E in perfetta osmosi, in continua gara di bravura fra loro, sono Perrotta e il suo partner Lorenzo Ansaloni.
Il primo un Bouvard dall’accento leccese, il secondo un Pécuchet dalla carnosa parlata bolognese.
Con loro Paola Roscioli nel ruolo muto di una serva che alla fine con una canzone della Piaf spezza l’incantesimo del web. E Mario Arcari che al pianoforte esegue (eccellente trovata) le variazioni di Goldberg anche lui compulsivamente a spezzare l’incantesimo cybernetico.
Il debutto al Festival dei Mondi di Andria che alla sua 15ma edizione va sempre più rivelandosi come vetrina fra le più interessanti di quel "nuovo teatro" di cui Perrotta è senza dubbio uno della figure più originali.
Meritevole di accesso nei grandi teatri.
 
La Repubblica 
Dialogo con Flaubert sulla solitudine del web
RODOLFO DI GIAMMARCO
Vi trovate in Puglia, e di sera avete un incantamento per una giovane funambola piena di grazia che con un ombrellino in mano ferma il tempo e danza su una fune al culmine di un tenero repertorio famigliare sotto un tendone (protagonista il Cirque-Théâtre Rasposo). Siete anche reduci dall´aver vissuto un´impresa virtuale in panni di spettatori-performer dotati di un visore che simula attorno un film (è la tecnica della compagnia inglese Pixel Rosso). Altrove avete spiato col cuore un´epopea del profondo Sud (Iancu, un paese vuol dire dei Cantieri Koreja). Allora siete al Festival Internazionale di Andria "Castel dei Mondi". Nel senso che questa impresa, giunta alla 15ma edizione, dedicata a Franco Quadri, diretta fino ad ora da Riccardo Carbutti, è un´efficace (diremmo anche generosa) macchina esploratrice di nuovi linguaggi colti e popolari, è una "piazza" estiva meridionale dove c´è posto per un ampio scenario dal circo alla multimedialità, con la prassi consolidata di dare sostegno a nuove compagnie, vedi ricci/forte, Babilonia Teatri, Teatro Sotterraneo, Fibre Parallele, Gianfranco Berardi, Roberto Latini.
A mettersi scenicamente di traverso tra cultura letteraria e strumenti e immaginario del web è, in questo festival, Atto finale-Flaubert che Mario Perrotta ha scritto ispirandosi (esistenzialmente) al romanzo "Bouvard et Pécuchet" di Flaubert, facendo ampio uso di un´interazione tra parlato e maxi-schermate di Google. Dello spettacolo, che conclude una "Trilogia sull´individuo sociale", Perrotta è anche regista e cointerprete con Lorenzo Ansaloni, e condizione umana e teatrale odierna è quella di due drop out che si auto-emarginano, una coppia beckettiana di transfughi che si isolano e cercano online (non trovandole) le ragioni della vita e di un oltre. Muniti di volti gessosi e vampireschi, di tastiere, di ansie ricercatrici su Internet, i due (con appendice di un altro doppio intrattenitore) giungono a un fallimentare suicidio in una sorta di futuristico Golgota pasoliniano, declinando infine una solitudine che cita Leopardi. Un caso di drammaturgia binaria che celebra il vuoto.
 
Libertà
Bouvard e Pécuchet nella “trappola” di Internet - Al festival Castel dei Mondi di Andria, Perrotta rilegge Flaubert in maniera originale
Da Andria ENRICO MARCOTTI
Fucina di sperimentazioni, di linguaggi e modalità creative eterogenee, in costante equilibrio fra vocazione internazionale e omaggio alle radici popolari del territorio pugliese, il festival teatrale “Castel dei Mondi” di Andria, giunto alla quindicesima edizione e diretto con intelligenza da Roberto Carbutti, si rivela sempre più contenitore prezioso di offerte teatrali curiose, eccentriche, talvolta spiazzanti. Dove, insomma, il teatro contemporaneo può specchiare la sua estrema vitalità pur in tempi di crisi.
Ma se dovessi rintracciare nel variegato calendario di spettacoli visti (talvolta agli antipodi come modalità creative e di linguaggio) un motivo generalizzato di riflessione, lo troverei in quel senso di solitudine e di disagio esistenziale che pervade l’uomo di oggi. Un fil rouge che mi è sembrato ripresentarsi quest’anno ad ogni “alzata di sipario”. Non si può certo dire che non sia una riflessione sulla solitudine dell’artista il meraviglioso Le chant du dindon (Il canto del tacchino), splendido esempio di noveau cirque che il francese Cirque Theatre Rasposò ha proposto sotto il suo tendone per una settimana nella piazza centrale di Andria. Standing ovation ripetute, applausi a non finire, entusiasmo di grandi e piccini estasiati di fronte a questa compagnia della Borgogna che si direbbe “a conduzione familiare” (la f a m i g l i a Molliens è i l cuore dell’ensemble) la quale annovera tra le sue fila un gruppo straordinario di m u s i c i s t i , a c r o b a t i , c l o w n e contorsionisti. Giocolerie tra lampadari basculanti, boxeur equilibristi alla pertica, clown funamboli, una eterea fanciulla sul filo con tanto di ombrellino che sembra volteggiare leggera come una piuma: il tutto tra atmosfere che rimandano alla grande tradizione del cirque francese anni ’40 e raccontano di un mondo dorato e luminoso dietro al quale (e qui bravi gli artisti a sottolinearlo) si cela, appunto, una lotta dura e faticosa per cambiare il p r o p r i o d e s t i n o d i s o l i t u d i n e . Solitudine: così come in Tre, produzione di Santo Rocco&Garrincha, in cui Paola Fresa ci rende con intensa partecipazione in tre monologhi ambientati in una stazione, in un cimitero e in una sala d’attesa, la storia di tre donne che, disarcionate dalla vita, tentano di riprendersela con esiti tragicomici e paradossali. E se And the birds fell from the sky della compagnia inglese Pixel Rosso propone a due spettatori-performer un viaggio virtuale all’interno di uno strampalato film, muniti di visore e obbligati ad obbedire a comandi vocali (non è altro che un viaggio gottesco-dark nel proprio buio esistenziale alla ricerca di un possibile Eden), la proposta forse più interessante del festival arriva proprio in coda alla rassegna (non a caso il titolo Atto finale - Flaubert). Si tratta di una rielaborazione- riscrittura di Bouvard et Pecuchet, capolavoro incompiuto di Flaubert, ad opera di Mario Perrotta, qui in veste anche di regista e interprete, che chiude così la sua “Trilogia sull’individuo sociale” composta anche dal Misantropo di Molière e dai Cavalieri di Aristofane, proposti nelle stagioni scorse. Occorre dire subito che questa operazione presentava un grado di “pericolosità” molto elevato. C’era il rischio di perdersi tra le volute di un linguaggio di ricercata formalità e di restare impigliati nella fitta ragnatela degli episodi, così tanti da diventare, nel lavoro di Flaubert, una sorta di caustico, ironico, meraviglioso abbecedario della stupidità umana. Un pericolo non scongiurato, per esempio, in altri allestimenti. E invece Perrotta che fa? Utilizza una chiave di lettura sorprendente, spiazzante, ma al tempo stesso decisamente efficace per restituirci il cuore del pensiero flaubertiano. Bouvard e Pécuchet, interpretati rispettivamente dallo stesso Perrotta (con accento leccese) e Lorenzo Ansaloni (che si avvale invece di una parlata bolognese) da bizzarri impiegati parigini sommersi nello studio di montagne di libri alla disperata ricerca delle ragioni della vita diventano qui due internauti solitari armati di tastiera impegnati a rincorrere i significati della propria esistenza attraverso le pagine del web. Sulle loro sedie, con i volti resi grotteschi dalla biacca, agghindati con livree sdrucite, con tanto di pancione, i due “pestano” compulsivamente sui tasti e dialogano “assurdamente” tra loro interrogando la Rete, un gigantesco schermo che domina la scena su cui scorrono le loro immagini speculari e le schermate delle interrogazioni Google (geniale). Dio, Cartesio, Einstein, Facebook, tutto si mescola in un’ansia ricercatrice online mai doma che lascia i due impotenti di fronte al mistero della vita, incapaci persino di suicidarsi. Siamo nel 2060, in un mondo che assomiglia tanto ad una landa beckettiana. Ecco, Perrotta sembra dire: per capire Flaubert mi s o n o r i v o l t o a l p r o f e t a d e l l incomunicabilità. E i suoi assurdi scrivani po- trebbero essere proprio Vladimiro ed Estragone calati in un film dell’epoca del muto. Accanto ai due protagonisti, da ricordare le due presenze mute di Paola Roscioli, improbabile servetta che canta la Piaf (bene) senza riuscire a “distrarre” i due, e Mario Arcari, musicista di razza, qui impegnato al piano nelle Variazioni Goldberg. Spettacolo intelligente, maturo, denso di significati, ottimamente interpretato, che vorremmo rivedere in qualche teatro “altolocato” a fronte, spesso, di proposte deludenti.
 
Hystrio
Castel dei Mondi: uno sguardo a 360° sulla scena contemporanea
Domenico Rigotti
The irrepressibles, Cirque-Théâtre Rasposo e Mario Perrotta tra i protagonisti della 15a edizione.
 
La trasposizione teatrale di opere letterarie, si sa, racchiude sempre l’insidia d’un esperimento che può anche non essere felice. Accadde anche a Luigi Squarzina e a Tullio Kezich, allorché, adattando per le scene quello straordinario e del tutto singolare romanzo che è Bouvard et Pécuchet, non riuscirono a prescindere del tutto da una derivazione condizionatrice. La rappresentazione, vincolata dalle esperienze dei due piccoli eroi che, vittime del conformismo, un bel giorno si mettono con ingenuo entusiasmo a studiare tutto lo scibile umano, nonostante che sulla scena ci fossero due attori di grosso calibro come Tino Buazzelli e Glauco Mauri, rivelava una insistenza scandita che aveva poca familiarità con lo sviluppo drammaturgico. Non a questo pericolo mi pare sia andato incontro Mario Perrotta nel riaffrontare il capolavoro flaubertiano e nel rimettere in pista quei due assurdi, bizzarri, e, forse, personaggi beckettiani ante litteram, che appunto rispondono ai nomi di Barthelemy Bouvard e Cyrille Pécuchet. Ieri zelanti scrivani che grazie a una ricca eredità si rintanano in una fattoria normanna, oggi due impiegatucci o forse precari che si danno a vizi cibernetici. Maniacalmente a gettarsi su google. A compulsare Wikipedia. Lo spettacolo trova nei suoi novanta minuti di divertente percorso una sua estrosa vitalità, perché Perrotta compie un ribaltamento completo. Salva il traliccio essenziale, ma riscrive con penna nuova, ma non meno sarcastica, coinvolgendo i due protagonisti dentro il nostro mondo tecnologico. Sono due internauti compulsivi che la fantasia del regista fa sbucare da un video (folgorante avvio) con volto stralunato e coperto di biacca. Due creature che, strappate al passato, sono proiettate nel futuro, pronte ad alienare la loro esistenza smarrendosi in una realtà virtuale in perenne cambiamento. Con questo omaggio alla grandezza di Flaubert, Perrotta conclude la sua Trilogia dell’individuo sociale aperta con Il Misantropo di Molière e portata avanti con I Cavalieri di Aristofane, e lo spettacolo avvince e convince forse più dei due capitoli precedenti. La satira della stupidità umana a emergere quanto mai feroce (frecce avvelenate molte battute, anche se qualcuna magari poi scade nell’ovvio), e tutto però a scorrere lungo un arco di umorismo sottile che pesca in molte fonti, a tratti anche alla comica del “cinema muto”. Persino con qualche compiacimento da parte dello stesso Mario Perrotta e di Lorenzo Ansaloni che, in perfetta osmosi, si lanciano in un match che non dà tregua. Bravissimi: il primo un Bouvard dall’accento leccese, il secondo un Pécuchet dalla carnosa parlata bolognese. A contribuire al successo anche la brava Paola Roscioli e Mario Arcari che, al pianoforte dilettandosi con le bachiane Variazioni Goldberg, anche lui contribuisce a spezzare l’incantesimo cibernetico.
 
Comune di Andria
Il Festival Internazionale “Castel dei Mondi” chiude con due prime nazionali: Tre, di e con Paola Fresa e Atto Finale - Flaubert di e con Mario Perrotta
Domenica 4 settembre, ultima giornata della XV^ edizione del Festival Internazionale “Castel dei Mondi'” di Andria, con la rappresentazione delle due attesissime prime nazionali: alle 20, presso l’Auditorium Paola Chicco, la compagnia Santo Rocco e Garrincha ha presentato la loro nuova produzione dal titolo Tre. [...] Alle 22, al Palazzo Ducale, la Compagnia dell’Argine ha presentato in prima nazionale, Atto Finale – Flaubert da Bouvard et Pécuchet di Flaubert, con cui Mario Perrotta, dopo i successi del Misantropo di Molière e de I Cavalieri di Aristofane, termina la sua trilogia dedicata al sociale. Un progetto triennale – “Trilogia sullindividuo sociale” appunto – incentrato sulla rilettura di questi tre classici, in cui il tentativo è di indagare sulle paure, le ansie, le frustrazioni di un modello sociale, quello occidentale, in apparente caduta libera verso la sua disgregazione.
Lo spettacolo, arricchito dalle musiche eseguite dal vivo da Mario Arcari e dall’incantevole mimica e voce di Paola Roscioli, vede in scena Mario Perrotta e Lorenzo Ansaloni, che rappresentano, nella riscrittura di Perrotta, due uomini del nostro tempo che, chiusi volontariamente in uno spazio non meglio identificato, tentano l’impresa impossibile: affrontare e risolvere il dolore esistenziale che li assedia studiando e indagando il web alla ricerca di soluzioni, per superare quella solitudine di due uomini che, pur essendo in due, sono soli. Soli come siamo tutti noi, in mezzo a milioni di persone, chiusi e soli davanti a una vita che ci tocca di vivere. Così, il geniale Mario Perrotta, chiude la sua trilogia, e dopo lo scontro frontale di Misantropo tra individuo e società e dopo il disastro sociale de I Cavalieri, si sofferma sull’Uomo, solo di fronte a se stesso, nel titanico sforzo di esserci, e di trovare una via d’uscita.
 
andrialive.it
Grande successo ieri per lo spettacolo di Mario Perrotta - Prima nazionale per la XV^ edizione del Festival Internazionale “Castel dei Mondi”
Tratto dal romanzo incompiuto Bouvard et Pécuchet di Flaubert, lo spettacolo chiude la trilogia teatrale “sull’individuo sociale”, un lavoro di ricerca sul ruolo dell’uomo nella società occidentale “disgregata”, che Perrotta ha realizzato rivisitando in chiave personale prima Molière con Misantropo, poi Aristofane con I cavalieri - Aristofane cabaret, e in ultimo Gustave Flaubert, da cui prende vita Atto finale - Flaubert, l’ultimo lavoro di e con Mario Perrotta nei panni di Pécuchet , Lorenzo Ansaloni in quelli di Bouvard, Paola Roscioli (personaggio muto e poi cantante) e Mario Arcari al pianoforte.
Al centro della rappresentazione l’uomo, la sua solitudine e lo “sforzo di esserci, più ridicolo che mai”. Dopo lo scontro frontale del Misantropo molièriano tra individuo e società malata di potere e di rapporti di interesse, e l’utopia sociale inscenata ne I Cavalieri - Aristofane cabaret, l’ultimo lavoro, Atto finale: Flaubert, a partire dai due personaggi “flaubertiani” Bouvard e Pécuchet, mette in scena l’Uomo e la sua affannosa ricerca del significato della vita, una “bestia di vita” ripete Perrotta in scena, rammentando tutto il passato che scorre su un maxischermo sullo sfondo del palco. Seduti su due sedie girevoli, i due personaggi, con una tastiera da computer appesa al collo, possono viaggiare nel tempo utilizzando il più moderno mezzo di comunicazione: internet. Lo cercano su google un significato alla vita governata da “finitezza” e dall’”imperfettissimo intelletto umano”; attraverso una comunicazione a portata di click, Perrotta porta in scena la globalizzazione post moderna, inserendo i due personaggi in un non-luogo del tutto attuale, dominato dalla v e l o c i t à d i i n f o r m a z i o n e , d a l l a superficialità dei contenuti e anche dalla vacuità comunicativa governata da Facebook, il social network a cui soccombono anche Bouvard et Pécuchet per soddisfare un “bisogno di amicizia”, scegliendo spesso la comunicazione virtuale e solitaria della chat, a quella reale, più difficile. Solitudine e smarrimento. Èquesta la condizione dell’Uomo rappresentata in Atto finale: Flaubert. Disorientamento in un mondo che non si riesce a comprendere e di cui si rifiuta l’effimero, la vacuità, la ”indecenza” e la “stupidità”; un mondo in cui l’unica verità sembra essere quella proveniente dall’esterno, dal luogo più immateriale ed effimero esistente: quello telematico, ottenendo come unico risultato la certezza di essere soli.
Con Atto finale - Flaubert, Mario Perrotta conclude la sua “trilogia teatrale sull’individuo sociale” suggerendo un’unica certezza che suona anche come un forte auspicio, quella che ripone “nello studio il segreto di questa vita”.
 
Paneacqua
L'abbandono di Bouvard e Pécuchet
GOVONI E AMERUOSO
Domenica 4 settembre "Atto finale-Flaubert", in prima nazionale, rappresentata all'interno del palazzo ducale di Andria, ha chiuso la settimana del Festival Internazionale "Castel dei Mondi" 2011, dedicato al teatro, alle arti sceniche e performative: una grottesca capitolazione tesa a porre quesiti, che rimarranno insoluti.
Dal romanzo incompiuto di Gustave Flaubert "Bouvard et Pécuchet", scritto nel 1874 ed edito ad un anno dalla sua morte, Mario Perrotta, della compagnia del Teatro dell'Argine, nata a San Lazzaro di Savena (Bologna) nel 1994, concepisce uno spettacolo, coprodotto in collaborazione con Festival Internazionale Castel dei Mondi di Andria, composto da apparizioni e riflessioni da un universo fatto di solitudine.
I protagonisti dell'autore francese sono due impiegati parigini volontariamente segregati in uno spazio non rivelato, mentre nella riscrittura della drammaturgia dell'autore e regista teatrale italiano, sono due uomini del nostro tempo che studiando e indagando il web alla ricerca di soluzioni, sperimentano tutto ciò che possono, per affrontare e chiarire le motivazioni del dolore esistenziale che li attanaglia.
La scena si compone suddivisa in due sezioni: lo schermo e il palcoscenico, due realtà concatenate l'una all'altra, che trasformano l'ambientazione in una doppia dimensione spaziale, nella quale quattro soggetti, due logorroici e due muti, con cerone bianco sul volto, e vestiti con abiti che ricordano quelli felliniani de "La strada", creano un infinito e ripetitivo alternarsi di botta e risposta.
La loro è una tana, un rifugio o una prigione in cui non manifestano agonismo, piuttosto complicità a volte inconsapevole, che conduce all'immagine talvolta tesa al ridicolo, di un isolamento allucinato che non sarà sconfitto dalla conoscenza.
Nel turbinio di parole e immagini, sottolineate da pagine del web, una figura, che non parla ma canta, mima i tentativi di azione, escamotage, compreso il suicidio, che non troveranno compimento, lasciando tutto esattamente allo stesso punto nel quale il percorso si è originato, e stabilendo, come unica certezza, l'essere emarginati fra milioni di persone.
Il regista chiude così la sua trilogia nella quale ha indagato sull'individuo sociale, partendo da "Il Misantropo" di Molière e proseguendo con "I Cavalieri" di Aristofane, e compone una buona partitura che si fonda sull'attesa di qualcosa di indefinito, senza affrontare la tematica in modo duro o spietato, ma piuttosto in modo irriverente e goliardico, con la buona prova degli interpreti e il giusto apporto delle musiche eseguite dal vivo e dei supporti video.
 
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Con Atto finale – Flaubert la disgregazione del mondo in scena
Giulia Mento
Una stanza buia. Pian piano si accendono le luci e vediamo due personaggi seduti di spalle che guardano uno schermo gigante. Vogliono scoprire la ragione della loro esistenza. Eccoli qui, Bouvard e Pécuchet in versione moderna, interpretati da Mario Perrotta e Lorenzo Ansaloni, così come ce li descrive Perrotta stesso nella sua riscrittura dell’omonimo romanzo di Flaubert. Due uomini che vivono da decenni un isolamento volontario, in fuga dal mondo. Non hanno alcun contatto con l’ esterno, se non tramite Internet.
Durante lo spettacolo ci accompagnano una serie di battute veloci, taglienti, comiche, ma allo stesso tempo terribilmente drammatiche, perché Bouvard e Pécuchet rappresentano il nostro presente, ma anche il nostro futuro (il loro isolamento parte infatti dal 2010, ma arriva fino al 2078).
Rappresentano gli uomini di oggi completamente alienati dal mondo reale, un mondo dove non esistono sensazioni e rapporti autentici, dove ogni azione si ripete ogni giorno alla stessa maniera.
Digitano ossessivamente sulla tastiera, che hanno come protesi attaccata al collo, parole e parole, per cercare di imparare nozioni di medicina, di astronomia, di biologia, continuamente alle prese con i loro bislacchi esperimenti, tutti non riusciti, compreso quello del suicidio.
Ecco l’uomo del presente e del futuro, capace allo stesso tempo di sapere tutto e non sapere niente, solo e smarrito davanti a un mondo dove l’aspirazione maggiore di una donna è diventare Miss Chirurgia Estetica.
All’inizio sullo schermo, poi in un angolo del palcoscenico vediamo anche il Muto e la Muta, i due servitori, interpretati da Mario Arcari e Paola Roscioli.
Essi in realtà parlano un altro linguaggio, fatto di gesti, di sguardi, di sensazioni reali e di contatti fisici. Un linguaggio che ci appare meraviglioso sulle note delle variazioni di Goldberg di Bach, ma che i nostri personaggi non comprendono, completamente catturati dal loro mondo virtuale.
E non comprendono neanche alla fine, quando Paola Roscioli tenta invano di spezzare l’incanto nel mondo del Web cantando Edith Piaf. Tutto si dissolve in un’orchestra di flatulenze, simbolo della disgregazione e del dissolversi della realtà umana.
In Atto Finale - Flaubert , ultimo capitolo del suo progetto Trilogia dell’individuo sociale (composto anche da Il Misantropo - Molière e I cavalieri – Aristofane cabaret), Perrotta non vuole darci consolazioni. Ci mette davanti alla realtà nuda e cruda, in cui l’illimitata stupidità umana e il nostro chiuderci in una realtà virtuale composta solo da rapporti e sensazioni fittizie stanno prendendo il sopravvento, portando alla nostra completa disgregazione.
Un’ ottima interpretazione di Mario Perrotta e Lorenzo Ansaloni, in completa osmosi, abilissimi nel ridicolizzare o drammatizzare gli aspetti più decadenti della vita e del pensiero contemporanei.
Uno spettacolo capace di farci riflettere, poiché al peggio non c’è mai fine, e i valori veri e autentici del vivere umano sembrano ormai letteratura.
Una riscrittura originale e profonda, dall’impatto forte, tale da meritare il prestigioso premio UBU 2011 per l’intera trilogia.
 
bolognateatro.it
Atto finale - Flaubert
Carlo Magistretti
Sono stato a vedere questo spettacolo con un amico, e alla fine, come i due protagonisti, abbiamo discusso molto (senza concludere nulla) sulla filosofia e sulle tematiche proposte da Perrotta nel testo. Ecco che anche noi siamo diventati due perfetti Bouvard e Pecuchet. Sì perché è questo il punto: come i due protagonisti, si può discutere e continuare ad approfondire finché si vuole la filosofia, ma non si arriverà mai a una conclusione vera, definitiva. E il rischio è che discutendo e approfondendo troppo si perde di vista la vita reale, vera, vissuta. Prendendo spunto da un romanzo di Flaubert, Perrotta chiude così la sua trilogia: con questo spettacolo molto divertente e intelligente, due qualità che non è facile mettere assieme. I due protagonisti sono appunto dei moderni Bouvard e Pecuchet che si chiudono in una stanza, si isolano volontariamente dal mondo, per iniziare a studiare e capire il perché delle cose. La filosofia è propria dell'uomo e la sua storia ci insegna che non c'è un punto di arrivo, ma solo delle tappe. Questo è quello che accade ai protagonisti, che confondono le tappe con i punti di arrivo ed entrano così in un loop continuo di pensieri e azioni che si ripetono senza che in realtà essi se ne rendano conto e senza arrivare mai a una conclusione sula domanda iniziale: perché abbiano deciso di isolarsi dal mondo. Ed è qui che si voleva arrivare: la trilogia di Perrotta voleva proprio indagare (senza rispondere, ma solo stimolando la riflessione) l'uomo e i suoi rapporti interpersonali. L'uomo è un animale sociale? L'autore e i suoi spettacoli non danno la risposta, propongono però punti di vista, utili allo spettatore per riflettere ed eventualmente rispondersi, sapendo però che ogni risposta può non essere quella giusta. Va bene così: proprio perché come dicevamo certe domande continueranno ad avere risposte che porranno altre domande, e così via. Infine, Perrotta merita il premio UBU 2011: ve l'avevo detto che è bravo. Bravi anche gli attori e il musicista, uno spettacolo riuscito.
 
corrierenazionale.it
Google Dio dei Tempi Moderni dei nostri Giorni infelici
Bouvard e Pecuchet due soliti idioti che rifiutano la stupidità degli altri instupidendosi
Tommaso Chimenti
“Dimmi, o luna: a che vale/ al pastor la sua vita,/ la vostra vita a voi? dimmi: ove tende/ questo vagar mio breve,/ il tuo corso immortale?” (Giacomo Leopardi, “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”
 
Le armi di informazione di massa sono i libri. I volumi, l’inchiostro, la parola scritta che dura e resta e rimane nel tempo. La conoscenza, potremmo dire sintetizzando. Nell’evoluzione a tre strati sull’uomo del nostro tempo, Mario Perrotta (progetto per il quale si è finalmente meritato l’ultimo Premio Speciale Ubu) è passato prima da un Moliere dell’uno contro il Potere che assorbe e schiaccia, ad un Aristofane d’avanspettacolo filtrato dal tubo catodico, fino a questo Flaubert, l’“Atto finale”, in tutti i sensi, senza ritorno, dell’uomo che, resosi conto dell’impossibilità di vivere in mezzo agli altri ed alla loro stupidità, nell’intima comprensione definitiva della sua inutilità e idiozia di fronte al grande ammasso di scibile, rifiuta l’osmosi e l’apparentamento con la società, contrae se stesso, si imprigiona in uno studio matto e disperatissimo, autoemarginandosi in un eremo fatto di notizie e documenti, per quanto dentro vi sia l’infinito però pur sempre materia morta.
L’illusione faustiana risulta carta straccia, lettera inevasa, insoddisfazione estrema. Sapere di non sapere non è soltanto un filosofeggiamento vacuo. Saranno stati i libri o il mio provincialismo, sputa Guccini nella sua “Avvelenata”. Avvelenati, ed arrabbiati, ma con la classe dei principianti e l’eleganza propria degli sprovveduti che agiscono senza veder bene ed inquadrare l’occhio del ciclone, sono i nostri due, Bouvard (Lorenzo Ansaloni dagli assoluti tempi comici e surreali) e Pecuchet (lo stesso Perrotta stralunato nella sua traduzione salentina onomatopeica ed ingarbugliata, leggero e tragico sguardo), dall’omonimo romanzo rimasto incompleto, causa decesso, di Flaubert che, si racconta, andasse in giro per feste e cocktail, tra salotti e prosecchi, tra foyer e balli a palazzo per assorbire, registrare, ascoltare e poi, una volta a casa, trascrivere le frasi fatte, il trito, le convenzioni convenienti sdoganate, quella patina di superficialità fatta passare, a suon di risatine e gomitate, per vezzo, per movenze e mondanità, quindi parente, seppur alla lontana, dall’essere di moda, di tendenza, ed in qualche modo essere arguto e pseudo intellettuale. Forse Flaubert si è rovinato gli ultimi anni della propria vita in un assurdo gioco, a perdere, con il proprio tempo, in un collezionismo che l’ha ucciso. Tra guardie, chi controlla, e ladri, chi cerca il pertugio ed il cavillo, sono sempre i secondi a farla franca. L’indignazione per la stupidità del proprio tempo a volte non serve. Quindi, pensano i nostri Candide, meglio l’autoesclusione. In una trasposizione moderna al posto delle volgari pagine, dei tomi desueti, delle copertine ingiallite, ecco tastiere, messe al collo come gioghi di buoi o come medaglioni, come collari e guinzagli legati alla cuccia, catene di schiavi di cotone o come gli orologioni che portavano al collo i Public Enemy negli anni ’80, e computer, pc sempre accesi e connessi. Tutto intorno a te. Nel grande schermo sul fondo corrono migliaia di pagine, Google, Youtube e Wikipedia sono ormai i nostri Dei e salvatori, risolutori di ogni dubbio, di ogni suspense, di ogni punto interrogativo. Potremmo ricorrere alla parodia dell’evoluzione dell’Uomo che da cavernicolo, prima lascia la clava, poi si erige su due zampe, ed infine si mette seduto, gobbo e ricurvo, davanti ad un computer. Lì, nella virtualità, c’è la salvezza, la risposta ai quesiti (anche Amleto si sarebbe risposto testé), il grande oracolo che benedice, assolve, rassicura, perdona, che ci chiama come sirena, dal quale dipendiamo come droga. I nostri due, dalle facce imbiancate come fossero appena usciti dal baule dei sei personaggi in cerca d’autore pirandelliani, ricordano celebri coppie beckettiane, Ham e Clov di “Finale di partita” per l’attaccamento accanito l’uno all’altro, oppure Vladimiro e Estragone di “Aspettando Godot” per l’ingenuità cocciuta. Sono due provincialotti che non si capiscono, fallaci e sbagliati che confondono, illusi che credono di aver afferrato, quando invece hanno frainteso. Prendono le classiche lucciole per lanterne. I qui pro quo sono il pane quotidiano della drammaturgia: ecco che spuntano paragoni con Totò e Peppino come con Benigni e Troisi, l’Armata Brancaleone, o pezzi epici di commedia all’italiana. Sono stupidi ma non fessi, due soliti idioti che commentano il loro “rapimento” registrando tutto in comunicati, (richiamano alla mente il caso Moro), da diffondere ad una nazione che non li cerca, che non li piange. Ed il tempo passa (si arriva fino al 2065) come se niente passasse, come se nulla mutasse. Sono chiusi in un buco a cercare il bandolo della matassa, in poche parole la soluzione alla felicità. Avevano paura del reale, ma il virtuale è ancora più spaventoso perché apre voragini infinite di conoscenza, abissi di ignoranza impossibili da colmare. Come fare per “risolvere questa belva di vita”? Per tenerla a bada non basta studiare, apprendere. Bisognerebbe vivere. Ma l’uomo è finito. Ma ormai non basta più nemmeno quello. Ci vorrebbe un’altra vita, stonava Battiato. E’ la mania di voler controllare, comprendere ogni sfaccettatura, catalogare eventi e memorie, storie e accadimenti che sposta la vita vera, il presente, sempre un po’ più in là, rimandandolo in avanti, ad un futuro prossimo. In qualche modo la loro sete di conoscenza ci riporta al Frankenstein, alla costruzione di un uomo nuovo, di un contenitore più ampio di informazioni da elaborare. Vista l’impossibilità fisica della procedura, nonostante l’innalzamento dell’età media, l’uomo avrà sempre più bisogno delle macchine, sentendosi sempre più solo e stupido quando non sarà possibile utilizzarle. Un cane che si morde la coda. Perdenti nel grande mare delle notizie, sconfitti dall’ammasso abominevole di dati. E alla fine “le parole non vogliono più dire niente”, sono state svuotate dei loro significati. Tutto è destinato a scomparire. La Logica, la Filosofia, la Dialettica, nemmeno la Fede servono più a decodificare, a decifrare, a sciogliere i nodi. La vita, per renderla più semplice, è diventata più complicata, illeggibile. La loro sconfitta è l’aerofagia che li colpisce e li affligge alla visione di X Factor, di grandi centri commerciali assaltati per i saldi o di Miss Chirurgia Estetica. Forse l’arte di salverà, l’arte di un mimo (Paola Roscioli soffice che pennella movimenti e intona celestiale), l’arte del clown, la bellezza del canto, della musica classica. Gli uomini giocano a dadi con Dio. Perdendo.
 
Atto finale – Flaubert di Mario Perrotta, tratto da "Bouvard e Pecuchet” di Flaubert, con Mario Perrotta, Lorenzo Ansaloni, Paola Roscioli, Mario Arcari (musiche dal vivo). Video e montaggio: Chiara Idrusa Scrimieri. Regia: Mario Perrotta. Visto all’ITC Teatro di San Lazzaro, Bologna, il 18 gennaio 2012.
 
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Atto finale - Flaubert. Il male di vivere: le risposte su Wikipedia?
Rossella Menna
Un cielo stellato e lo schermo gigante di un computer: in scena l’estremo sforzo dell’arte e dell’uomo di trovare un senso alla vita e di annientare la stupidità degli uomini. Con Atto finale – Flaubert, si chiude la trilogia sull’individuo sociale di Mario Perrotta. E si chiude con la messa in scena di un sempreverde baudelairiano mal de vivre che si ripropone in veste contemporanea.
I due personaggi di Flaubert, Bouvard e Pécuchet, si trasformano in figure surreali, panciute, dal volto smaccatamente sbiancato dal cerone che si atteggiano ad attori di comiche del muto. Esuli volontari dalla stupidità del mondo si ritirano in uno spazio vuoto, indefinito,  incorniciato da una luce bianca che li sospende nel tempo e nello spazio. Si lanciano nell’impresa impossibile di trovare un senso all’ esistenza. E lo fanno attraverso la tecnologia. In un mondo in cui ogni dubbio sembra trovare soluzione su internet, in cui anche la solitudine pare trovare rimedio attraverso un social network, Bouvard e Pécuchet si illudono di poter trovare sul web le risposte. La loro ricerca condotta con metodo scrupoloso e scientifico salta da un argomento all’altro sviscerando ogni moto dell’animo e cristallizzando qualsiasi sensazione in una definizione di Wikipedia .
Da subito lo spettacolo è un susseguirsi simmetrico di tentativi e fallimenti. Di entusiasmo e disillusione. E così i due, dopo una fiduciosa altalena di ricerche e di scoperte, devono prendere atto di volta in volta dello scollamento tra cose e parole, dell’impossibilità di una comunicazione diretta, dell’ immaterialità della fede, della relatività dell’essere, del piacere effimero del sesso e dell’amore carnale, dell’impotenza di fronte alla solitudine e dell’ impossibilità persino di darsi la morte.
A fare da contraltare ai fallimenti dei due protagonisti, due personaggi speculari: Il muto e la muta. Capaci di comunicare pur senza usare le parole e di opporre alla pesantezza prosaica di Bouvard e Pécuchet la leggerezza della poesia, i due sviluppano una rete di azioni sceniche che scandiscono drammaturgicamente i vari segmenti della scrittura. Le variazioni Goldberg suonate dal vivo dal muto (Mario Arcari) accompagnano tutti i tentativi falliti dei due protagonisti, opponendo così la bellezza poetica all’ illusione cybernetica. Stessa funzione drammaturgica per la muta che canta Edith Piaf, una incantevole Paola Roscioli che esibisce doti da mimo elegante e una voce delicatissima.
Il nodo cruciale dello spettacolo arriva quasi alla fine, quando si apre un varco tra le due coppie e tra i mondi di cui sono emblemi. Con una singolare recita del Canto Notturno di Leopardi, incorniciata da un cielo stellato che si riversa in tutta la sala, Bouvard e Pecuchét riscoprono la bellezza della poesia individuando in essa una possibilità estrema di salvezza. Possibilità fallita. Nel mondo degli stupidi non c’è spazio per la poesia. I due protagonisti , stanchi, rimandano all’indomani le loro ricerche. Perché nella ricerca e nell’arte risiede l’ultimo baluardo della poesia.
Bravi Mario Perrotta e Lorenzo Ansaloni che hanno reso efficacemente il senso clownesco e la goffaggine grottesca dei due personaggi pur restando per la maggior parte del tempo seduti. Geniale la scelta di un tono generale polifonico che alterna momenti drammatici ad altri più scanzonati. Esteticamente piacevole anche l’impasto vocale formato dalla croccante parlata leccese, dal pastoso bolognese e dal fluttuante francese della Roscioli. Nel complesso, un lavoro ben riuscito, che ha concluso degnamente la trilogia valsa a Perrotta il premio speciale Ubu 2011.
 
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Il senso della vita nascosto nel web.
L'Atto Finale di Mario Perrotta
Giulia Taddeo
Terza e ultima parte della “Trilogia sull‟individuo sociale” diretta dall’attore, autore e regista leccese Mario Perrotta e insignita del Premio Speciale Ubu 2011, Atto Finale – Flaubert arriva all’Itc di San Lazzaro di Savena (BO), sede della compagnia del Teatro dell’Argine, che è uno dei produttori dell‟intero progetto. Riscrittura in chiave contemporanea del romanzo incompiuto di Flaubert “Bouvard et Pécuchet”, Atto finale, che si svolge in un lasso di tempo dal 2010 al 2078, ha in comune con l’originale flaubertiano l’ironia acuta ed irritata dei protagonisti nei confronti di qualsiasi forma di stupidità umana (ridicola e universalmente diffusa oggi come ieri), oltre alla loro scelta di isolarsi dal mondo e di dedicarsi all’impresa folle e disperata di apprendere tutto lo scibile umano. I personaggi messi in scena da Mario Perrotta e Lorenzo Ansaloni, però, si servono, nella loro ricerca di conoscenze scientifiche e filosofiche che diano un senso all’esistenza, degli strumenti della moderna tecnologia: una tastiera del computer appesa al collo, dalla quale è impossibile separarsi, pena il rischio di sentirsi completamente perduti. I due interpreti, col volto coperto di biacca e indosso logore marsine, si lanciano in frenetiche, ossessive e ripetute ricerche sul web (i cui risultati sono visibili su uno schermo posto al fondo della scena buia e vuota), finalizzate al reperimento di qualcosa in cui credere fermamente, una conoscenza che non può e non deve tradire. Ecco allora accendersi i più fervidi entusiasmi ogni qualvolta i due amici si illudono speranzosi di aver trovato la soluzione a una vita in realtà profondamente irrisolta, in cui si parla in continuazione, senza tregua, solo per riempire un vuoto che spaventa più del rumore assordante, ma rassicurante, di parole insensate.
Tutto inutile. Sembra quasi che il destino di Bouvard e Pécuchet (come di ognuno di noi) sia proprio quello di essere irrimediabilmente scissi, sempre tesi fra il desiderio di elevarsi sopra le bassezze della vita quotidiana (attraverso il sapere, la religione o l’arte) e il bisogno di perdersi o – almeno – di consolarsi nella banalità e nella brutalità di certi rapporti superficiali, sia che si tratti di un’amicizia stretta su facebook che di un rapporto sessuale consumato sul web.
È in questo irrimediabile senso di disagio, in questo non poter essere mai del tutto né “individui” né “sociali”, che lo spettacolo rivela qualcosa di profondamente antico e contemporaneo al tempo stesso, che parla alla nostra natura costringendoci, però, a fase i conti col tempo presente.
Nessun filosofema, tuttavia, nella coinvolgente interpretazione di Perrotta e Ansaloni, che si costruisce su una comicità inquietante nella sua purezza, fatta di giochi di parole, nonsense, neologismi dal sapore dialettale e, sempre, il senso di un ritmo dell’azione che deve tornare di continuo su se stesso, all’infinito.
È nel guardare ripetutamente i surreali,  grotteschi ed esilaranti comunicati video, che i protagonisti hanno realizzato durante il loro isolamento, che emerge da un lato l’inutilità della ricerca e, dall’altro, la fallacità della memoria umana, che non lascia traccia e non insegna nulla: Bouvard e Pécuchet, infatti, hanno costantemente bisogno di riguardare quei comunicati video per tornare col ricordo a tutto ciò di cui si sono occupati, le sfide intraprese, perfino i numerosi tentativi di suicidio, il tutto in una “mise en abyme” visiva e semantica.
Lo schermo posto sullo sfondo, dunque, si fa catalizzatore dell’azione, soggetto attivo che interagisce in maniera decisiva con gli interpreti, non soltanto quando mostra gli esiti delle ricerche su google o mostra le registrazioni realizzate dai due, ma anche quando, in aperta dialettica con la comicità assurda e geniale dell’interpretazione, diventa il luogo in cui si affastellano i video di Miss Chirurgia Plastica o dei provini di X Factor, montati l’uno dietro l’altro senza bisogno di troppi commenti, a parte quell’ “è terribile”, che diventa una sorta di leitmotiv dell’intero lavoro.
Figure speculari rispetto a quelle dei due protagonisti sono poi i due “muti”, creature clownesche anni ‘20, impersonate da Paola Roscioli (che, protagonista di preziose e poetiche controscene, sul finale canterà “Et moi” di Edith Piaf) e Mario Arcari (che esegue le Variazioni Golderg di Bach in più momenti dello spettacolo): commoventi, enigmatici ed eterei, i “muti” sembrano incarnare la possibilità di trovare un appagamento alle sofferenze dell’esistenza attraverso la bellezza dell’arte, grazie alla quale riuscire, per un attimo, a dimenticare se stessi.
 
Doppiozero
Bouvard e Pécuchet 2.0
Massimo Marino
Sono due clown beckettiani con calzoni troppo corti, visi troppo pallidi e occhiaie troppo pronunciate, grandi pance di chi sta sempre incollato a una sedia i Bouvard e Pécuchet di Mario Perrotta, premio speciale Ubu 2011 per la Trilogia dell’individuo sociale, chiusa da questo spettacolo ispirato dal romanzo incompiuto di Flaubert. Sono, quei due, la nostra umanità in un Atto finale senza fine, una ricerca di senso senza intelligenza, inchiodati a una tastiera per computer che pende dal petto, in dialogo con i loro doppi virtuali e altri fantasmi del mondo proiettati alle loro spalle su uno schermo, onnivori, bulimici di informazione, di domande che non riescono a avere risposta. Quelle loro pance, anzi, somigliano a quella del divoratore Ubu re, mangiatore di uomini, distruttore di se stesso.
Si sono ritirati dal mondo non per confezionare marmellate o per studiare sui libri geografia, astronomia, mitologia, storia antica, medievale, moderna o contemporanea, in un sapere che rimanda continuamente a altro sapere, spalancando l’abisso dell’ignoranza e dell’impotenza. Questa volta le loro domande inani sull’umanità le rivolgono a un computer e alla rete, dove si trova di tutto e dove infinitamente, labirinticamente, ci si smarrisce dalla vita, senza lune leopardiane che possano indicare la strada.
Atto finale. Flaubert conclude la sfida che l’attore del Teatro dell’Argine di Bologna, noto per i suoi viaggi solitari nella memoria della nostra emigrazione, da Italiani cincali! a La turnàta fino a Odissea, ha lanciato da qualche stagione. È quella di tornare insieme con altri sul palcoscenico, in compagnie più o meno numerose, per parlare di nodi del nostro mondo attraverso i classici. Ha narrato il rapporto tra individuo e società mettendo in scena un Misantropo di Molière virato al nero. Ha affrontato, come in una acido cabaret, la degradazione della politica partendo dai Cavalieri di Aristofane. E ora, per l’atto finale, affronta la possibilità odierna di un sapere universale, come un rinchiudersi dell’individuo in un bozzolo di sapere, protettivo, omnipervasivo, ma isolante. I due personaggi, come Hamm e Clov di Finale di partita di Beckett, sono separati dal mondo. Questa volta per loro scelta. Per andare più dentro al sapere. Iniziano nel 2010 e rimarranno là, imbalsamati, ogni tanto distratti dalle canzoni e dalle musiche di una clown cantante e di un pianista, che cercano forse di strapparli dalle loro sedioline girevoli, senza riuscirci. Fino al 2050, al 2060, fino all’infinito. In cerca di una sapienza che si accontenta, nella fine mai conclusa, di dichiarare la stupidità del tutto, litigando, strepitando, facendo battutine di quart’ordine, giocando con le parole, esaurendosi in un sonno peteggiante.
Spettacolo amaro, forse il più duro dei tre, nonostante lampi di cabaret. Gli attori si riducono a burattini, a disossati manichini, vittime di uno spettacolo dell’informazione trionfante, di una cultura dominata dalle parole senza cose, in un ridicolo pungente.
Mario Perrotta e Lorenzo Ansaloni sono questi Bouvard e Pécuchet 2.0, entrambi calatissimi nella parte, lunari, ectoplasmatici, petulanti uomini-web. Mario Arcari crea atmosfere musicali in accordo o contrasto con le situazioni con quell’esplorazione continua del sonoro possibile che sono le Variazioni Goldberg di Bach, a cui Paola Roscioli dà voce, per poi trasformarsi in chanteuse. Il tutto in dialogo con le immagini video di Chiara Idrusa Scrimieri.
La faticosa impresa della Trilogia appare ancora più encomiabile perché perseguita in tempi di crisi, quando altre compagnie riducevano il numero degli attori e delle produzioni. È stata realizzata dal Teatro dell’Argine, in quest’Ultimo atto in coproduzione con i festival Castel dei Mondi e Lunatica, con la Provincia di Massa Carrara, il Teatro Pubblico Pugliese e l’Unione Europea.
Visto all’Itc Teatro di San Lazzaro di Savena, Bologna.
 
Myword.it teatro
Atto finale - Flaubert
Capitolo conclusivo di una trilogia premiata con l’Ubu, la pièce di Mario Perrotta si muove al confine tra Bouvard e Pécuchet e Aspettando Godot. Di cui pare a tratti l’ideale prosecuzione
Renato Palazzi
La vera domanda da porsi – e non si tratta di un'oziosa questione formale – è se questo Atto finale – Flaubert di Mario Perrotta, l'interessante spettacolo che chiude la sua trilogia dell'individuo sociale iniziata col Misantropo di Molière e proseguita coi Cavalieri di Aristofane, sia da considerarsi una riscrittura di Bouvard e Pécuchet nello stile di Samuel Beckett, o un rifacimento delle opere di Beckett che passa attraverso il romanzo incompiuto di Flaubert. Personalmente propendo per la seconda ipotesi: troppi richiami, troppe citazioni – e troppo esplicite – nei dialoghi e nella struttura stessa del testo sembrano rimandare allo scrittore irlandese. A ben vedere persino il titolo potrebbe suggerire un incrocio fra Atto senza parole e Finale di partita.
Per aspetti si potrebbe addirittura sostenere che Atto finale – Flaubert cominci là dove Aspettando Godot finisce, o per meglio dire dove quest'ultimo resta in qualche modo in sospeso: i due personaggi flaubertiani pensano a darsi la morte (“Suicidiamoci, ti prego”) esattamente come ci pensano Vladimiro ed Estragone (“e se ci impiccassimo?”). Ma, al di là dell'evidente parallelismo, ho come l'impressione che tutta questa densa e feroce messinscena non sia altro che un lungo e articolato tentativo di interrogarsi sulle ragioni per cui Didi e Gogo – e come loro Bouvard e Pécuchet – a un certo punto provino il desiderio di togliersi la vita.
In questa pungente versione di Perrotta i due impiegati della Parigi di fine Ottocento diventano degli odierni internauti che si isolano volontariamente, in un luogo imprecisato, per cercare in rete delle risposte al loro disperato bisogno di dare un senso alle proprie esistenze. Con le tastiere appese al collo, registrando in video e rivedendo in seguito – l'azione si protrae dal 2010 al 2060 - le varie tappe del loro percorso di conoscenza, esplorano Google per trovarvi un barlume di speranza, ma ne ricevono solo cattive notizie: Dio è morto, il linguaggio è morto, il sapere è solo un caotico accumularsi di contraddizioni. E forse, in fondo, anche tutto questo non è che un equivalente web dello sconclusionato monologo di Lucky, il servo-filosofo di Aspettando Godot.
“Sconfitti nella parola, sconfitti nel silenzio”, vengono per giunta investiti senza pietà dall'incessante flusso di brutture del mondo attuale, squallidi concorsi di “miss chirurgia estetica”, inquietanti provini di X-Factor. L'unico spiraglio di salvezza sono due poetiche figure silenziose, vagamente vestite alla Marcel Marceau, che comunicano tra loro con l'alfabeto dei sordomuti: una mima pronta anche a intonare canzoni della Piaf e il musicista Mario Arcari che esegue al piano le “variazioni Goldberg”. Riusciranno, i due, a risalire dal loro inferno? Rivedranno, prima o poi, quell'ideale luna del pastore errante leopardiano, citata a conclusione dello spettacolo? Forse, ma c'è da dubitarne, visto che il tono prevalente è quello di un acre pessimismo.
L'intero testo, non a caso, è d'altronde improntato a un linguaggio ispido, un po' sghembo, che sembra ispirarsi al taglio cupamente cabarettistico del lavoro su Aristofane: Perrotta, leccese, e Lorenzo Ansaloni, bolognese, calcano vistosamente sulle rispettive cadenze dialettali, con l'intento di accostarsi ai personaggi in una chiave dichiaratamente “bassa”, quasi pasoliniana. I due vestono delle specie di marsine alla Flaubert, ma stinte, ingrigite come i loro volti. L'approccio scelto con coerenza dall'attore-regista non è in sostanza – e non vuole essere – né gradevole né accattivante: il suo è uno sguardo sul nostro tempo che stride, disturba. È l'espressione di un'insofferenza da cui dovrebbe nascere una catartica voglia di riscatto.
 
Messaggero Veneto
Perrotta: «Il teatro resisterà e il web non lo spaventa» 
MARIO BRANDOLIN
UDINE - Chi ha visto Il misantropo. Molière e I cavalieri. Aristofane Cabaret, i primi due capitoli della Trilogia dell’individuo sociale, valsa al suo autore e interprete, Mario Perrotta, il premio UBU 2011, non può non vedere l’ultimo, Atto finale. Flaubert, liberamente ispirato Bouvard e Pécuchet, il capolavoro incompiuto del grande scrittore francese. E non solo per avere il quadro compiuto di una coinvolgente incursione poetica e spettacolare sulla natura dell’uomo contemporaneo e del suo rapporto con il mondo filtrata attraverso la rilettura di grandi indagatori del passato, ma anche perché lo spettacolo merita in sé la visione, per quel suo salutare e stimolante far precipitare lo spettatore in un gorgo di emozioni e suggestioni anche intellettuali che fanno bene al cuore e alla mente. Prendete l’incompiutezza del racconto flaubertiano con quei due abbandonati a se stessi, delusi dall’inanità degli sforzi per esaurire i sensi della realtà attraverso la cultura e immaginate che a completarlo ci abbia pensato Beckett con le sue elucubrazioni sull’assurdo dell’esistere e che neanche lui sia riuscito a dare risposte appaganti alla fame di conoscere e capire, perché ai due eroi, nostri contemporanei, interpretati dallo stesso Perrotta e Lorenzo Ansaloni, smarriti e dolenti, non resti che rivolgersi a quel pozzo senza fine che è Internet, Google e Wikipedia e che neppure lì, nello sconfinato universo virtuale del web, con le sue seduzioni e i suoi imbrogli, abbiano trovato ciò che cercavano... ecco lo spettacolo di Perrotta, ispirato e intenso, è tutto lì. Una vuota landa beckettiana dominata da un maxi-schermo sul e attraverso il quale i due si interrogano, interloquiscono, indagano: sulla pochezza del linguaggio, sul non senso del vivere con tanto di tentativo di suicidio, sull’impossibilità di un fondamento logico alla fede, e poi sull’amore e infine sulla solitudine cui sembra destinato il genere umano. Il tutto in controcanto con due umanissimi clowns muti, Mario Arcari alla pianola per le azzeccatissime Variazioni Goldberg di Bach e Paola Roscioli, spaurito oggetto del desiderio amoroso. A colpire a a far riflettere, dunque, l’urgenza di trovare anche nella fuga, nell’erudizione, nell’isolamento, e perché no? nel teatro!, il perché della troppa stupidità di cui ieri e soprattutto oggi siamo circondati. «Io – confessa Perrotta – con questo lavoro fuggo in realtà la stupidità del modello occidentale che si sta rivelando, drammaticamente, in tutta la sua insipienza, sia economica siae culturale. Scappo da un mondo dove si comunica tramite sms, Facebook, Twitter, e tra un po’ si farà sesso con 140 caratteri. Io voglio guardare negli occhi le persone». E a teatro questo funziona ancora? «Assolutamente sì, e il teatro sarà la sola cosa a salvarsi da questo turbine in cui si sta avvolgendo anche la tecnologia. Noi resistiamo perché siamo in carne e ossa. Ha passato tante traversie il teatro nei secoli, figuriamoci se si spaventa di Internet». Tornando alla stupidità, come vede certi sconcertanti corsi e ricorsi nella nostra politica? «Direi purtroppo che chi ha definito gli italiani come una massa di dodicenni, anche un po’ coglioni, ha ragione. A questo punto della nostra storia sono profondamente convinto che non sono i politici a vederci così. Essi sono il nostro precipitato. Il problema sono gli italiani che non sono una nazione, ma un aggregato di individualisti. La conseguenza è che non esiste un’idea di bene comune e se arriva il primo guitto che intuisce questa cosa e la vellica prende il 40% e governa per quasi vent’anni e adesso siamo lì a interrogarci se ce la farà un’altra volta. Ma lui è l’effetto non la causa».

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