Se non sarò me stesso Teatro  -  2012

Locandina

Una produzione Compagnia Teatro dell'Argine
in collaborazione con l'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano
 
dai diari dell’Archivio di Pieve Santo Stefano
drammaturgia a cura di Nicola Bonazzi, Azzurra D’Agostino e Vincenzo Picone
con Giada Borgatti, Micaela Casalboni, Lea Cirianni, Deborah Fortini, Giulia Franzaresi, Ida Strizzi
 
oggetti di scena: Carmela Delle Curti
video: Simon Barletti
musiche: Andrea Laino
aiuto regia: Vincenzo Picone
 
regia di Andrea Paolucci
 
 

Lo spettacolo

«Se non sarò me stesso,
chi lo sarà per me?
E se sarò me stesso,
chi mai sarò?
E se non ora, quando?»
 
Sei donne per dar voce alle migliaia e migliaia di voci, di corpi, di storie, di ricordi, di testimonianze, di disegni infantili, di anelli nuziali, di scarpe, di abiti, di bambole e di giocattoli perduti e messi a tacere per sempre nei campi di sterminio. Dall’incredibile ricchezza umana e di memoria dell’Archivio dei Diari di Pieve Santo Stefano, un nuovo spettacolo del Teatro dell’Argine sulle piccole storie che si fanno racconto vibrante della grande storia, per fare della memoria un valore presente e vivo, da vestire quotidianamente, e non solo nei giorni di festa.
Ci siamo immersi nella lettura di decine di diari della Shoah italiana. Diari di donne che hanno vissuto i soprusi, le persecuzioni, gli abomini di una violenza senza senso. E ci siamo trovati a chiederci quale senso avesse raccontare ancora una volta quella violenza. E poi ci siamo chiesti come e in quale modo poter restituire quel profondo senso di intimità e di umanità che la lettura di un diario privato riesce a darti. Quelle che raccontiamo non sono solo storie vere, ma pezzi di vita di persone reali che nel loro quotidiano hanno vissuto violenze straordinarie. E che hanno avuto la forza di scriverle e descriverle.
Persone, quindi, prima che storie, alle quali chiedere in prestito frammenti di poche pagine, episodi rubati, spiccioli di vita racchiusi in pochi minuti di teatro, per provare a non dimenticare.
 
Le storie
La polacca Dora, studentessa di medicina a Bologna, sposata, come in un dramma brechtiano, con un “ariano”, ufficiale della Marina Militare Italiana; deportata ad Auschwitz, dove sopravvivrà perché "quasi medico", dove le verrà ordinato di scegliere quali delle sue compagne mandare a morte e quali invece tentare di curare. La ferrarese Jenny, diciannovenne sveglia e risoluta, travolta dalla Storia ma capace di sopravvivere e di salvare vite tra rocambolesche fughe in bicicletta nella nebbia e documenti falsi nascosti nel reggiseno.
La piccola Ave, reclusa nel campo di smistamento "Neue Heimat" a Dresda con tutta la famiglia, dove, nonostante tutto, continua a gioire della vita, con innocenza e ostinazione. Fino al bombardamento della città.
La tenace Bianca, partita da Napoli per rifugiarsi sui monti dell'Abruzzo, perderà buona parte della famiglia in una notte di bombardamenti. Ma ripartirà con orgoglio e dignità, ributtando in fondo alla gola l’urlo di dolore e di angoscia, riuscendo a tornare salva a Roma con il marito e i due piccoli figli.
L'anglo-italiana Fanny, che, dopo la liberazione dal campo tedesco di Biberach, torna in un’Italia profondamente cambiata, dove la gente, gli amici e persino il mare sembrano estranei. Il futuro sembra essere "una continuazione di rinunce" e la parola guerra diventa una parola da cancellare dal vocabolario dell'umanità.
Infine Fiorenza, dall’adolescenza agiata tra mademoiselle, miss e fräulein. Fiorenza in fuga per mezza Europa nell’attesa di ricongiungersi al padre Oscarre, deportato a Mathausen. Fiorenza assillata da mille dubbi e da mille domande. Fiorenza che si interroga e non trova risposte.
Sei donne prima di tutto. Con la loro forza, con la loro umanità. Sei volti che si sono stampati nella nostra memoria, sei sorrisi e sei sguardi segnati dalla violenza. Da una violenza troppo acuta per essere raccontata a caldo. Sei diari spesso scritti dopo anni dagli orrori che descrivono, come a testimoniare che il vuoto, il silenzio non può essere per sempre. Sei storie piccole che toccano la Storia con la S maiuscola – Dora e Mengele, Fiorenza e Perlasca, Ave e il bombardamento di Dresda – ma che riescono a rimanere storie intime, private, umane.
 
Le note
Mettere in scena un diario non è un’operazione semplice. Non è scritto per essere detto, non necessariamente ha un valore letterario, non è automatico che racconti storie interessanti. Spesso gli autori scrivono per se stessi e si lasciano trasportare dalla vena poetica, altre volte vengono rapiti da un certosino amore per i dettagli. Ma tutti portano sulla pagina istanze vere, private, intime. Spesso sono i pensieri più intensi e profondi a trovare spazio nelle pagine di un diario e ci vuole pudore, rispetto, tatto e attenzione nel maneggiare certe pagine.
Se non sarò me stesso è uno spettacolo ma non vuole essere spettacolare. È il teatro che si mette al servizio di sei storie e fa posto a sei donne, alle loro parole, ai loro volti, alle loro vite in qualche modo ripartite dopo quelle atroci violenze: chi è diventata maestra, chi casalinga, chi restauratrice di arazzi, chi stiratrice, chi professoressa universitaria.
Sei piccoli atti unici, ognuno con una sua poetica, ognuno con una sua estetica, con l'unico obiettivo di restituire l'intensità e la forza di queste incredibili donne, protagoniste, loro malgrado, di vite che per qualcuno non erano “degne di essere vissute”.

L'Archivio

L’Archivio Nazionale Diaristico di Pieve Santo Stefano

Dal 1984 Pieve Santo Stefano, quasi al confine tra Toscana, Umbria e Romagna, ha innalzato ai quattro punti cardinali del suo perimetro, sulle strade che vi accedono, un cartello giallo sotto quello della toponomastica ufficiale: "Città del diario". La cittadina ospita infatti nella sede del municipio, un archivio pubblico, che raccoglie scritti di gente comune in cui si riflette, in varie forme, la vita di tutti e la storia d’Italia: sono diari, epistolari, memorie autobiografiche. Quarant’anni dopo la fine della guerra, in un’ala di questo edificio, è sorta una casa della memoria: una sede pubblica per conservare scritti di memorie private.

L’Archivio, ideato e fondato da Saverio Tutino, serve non solo a conservare, come un museo, brani di scrittura popolare: vuole far fruttare in vario modo la ricchezza che in esso viene depositata. Nel 1991, su iniziativa del Comune di Pieve Santo Stefano, nasce la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale, divenuta poi una Onlus. Dal settembre 1998, con cadenza semestrale, viene pubblicata la rivista Primapersona, una delle molte iniziative editoriali promosse dall'Archivio. Nel 2001 le memorie e i diari dell'Archivio di Pieve incontrano il cinema e nasce l'iniziativa I diari della Sacher. Nel 2011 l'Archivio produce uno spettacolo teatrale, Il paese dei diari, scritto e diretto da Mario Perrotta. Dal 2009 il patrimonio documentario dell'Archivio di Pieve Santo Stefano è nel Codice dei Beni Culturali dello Stato.

Le foto

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Le recensioni

Controscene
Massimo Marino
Vite normali, donne che amano, ragazze che crescono, speranze, pensieri. Tutti spezzati all’improvviso, dall’odio, dall’incomprensibile discriminazione, dalla ferocia. Racconta di Shoah l’ultimo spettacolo del Teatro dell’Argine, Se non sarò me stesso, con la regia di Andrea Paolucci e la drammaturgia di Nicola Bonazzi, Azzurra D’Agostino e Vincenzo Picone.
In scena sei attrici, Deborah Fortini, Giulia Franzaresi, Giada Borgatti, Micaela Casalboni, Lea Cirianni e Ida Strizzi, rendono vita a sei donne ebree, ai loro sogni, alle loro sofferenze. Le storie, accostate una all’altra in successione, sono tratte da altrettanti diari conservati presso quello scrigno della memoria delle persone comuni che è l’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano (AR).
Scorrono le storie di Dora, innamorata di un ufficiale di marina ariano, separata da marito e figlia dalla deportazione nel lager che spezza la vita; le fughe di Jenny tra Ferrara e Firenze, per sfuggire all’arresto, con bici rubate, documenti falsi, segnali per mettere in guardia i propri cari; la vita di Ave in un lager vicino a Dresda e poi il terribile bombardamento che distrusse la città; le peripezie di Bianca tra i monti d’Abruzzo, in fuga dai tedeschi, con l’incubo dei distruttivi bombardamenti; la festa di Fanny, dopo la liberazione del campo; le peripezie di Fiorenza, figlia di un funzionario d’ambasciata, sorpresa dai tedeschi a Budapest, col padre deportato nel lager, e il ricordo di quella bambina ormai diventata grande che ricollega l’orrore a quelli di altre dittature, di altri stermini del Novecento.
Lo spettacolo ha il merito di riuscire a sfuggire la retorica, affidato com’è principalmente a quel gioco tra distanza e partecipazione della attrici, brave, con diverse colorature, la leggerezza, la densità, l’interrogazione, l’ansia, la trattenuta felicità, l’inquietudine, lo sforzo di capire l’incomprensibile.
 
bolognateatro.it
Carlo Magistretti
Mi sono chiesto e ho chiesto al regista, prima di vedere lo spettacolo, se fosse ancora necessario parlare della Shoah nel 2012. La risposta, dopo aver visto questo spettacolo, è sì: è stata una pagina così complessa, così ampia della storia recente, che ha toccato il nostro Paese in modo diretto, che non può e non deve essere dimenticata. Quindi ben vengano spettacoli come questo, che con grande sapienza autoriale, attoriale e registica riescono nell’intento. La scena è vuota, con un telo bianco che come un’onda parte dal proscenio e arriva a creare un fondale su cui video e immagini dipingono scenografie che sono più che altro suggestioni in supporto alla narrazione. È una sorta di patchwork nato dalla lettura di veri diari di persone che hanno vissuto quella terribile esperienza. Ma il regista ha saputo uniformare il tutto con poche semplici ma efficaci idee, senza esagerare perché il rischio di stridere con i contenuti era concreto. Chi vuole capire come si possa fare un buono spettacolo con pochi elementi veda questo.

Le date

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