Il balcone della vanità Teatro  -  2013

Locandina

Una produzione Compagnia Teatro dell'Argine

con Alessandro Aiello, Francesca Bagnara, Giada Borgatti, Lorenzo Cimmino,
Giulia Franzaresi, Simone Maurizzi, Giulia Ventura 
 
assistente alla regia: Virginia Landi
aiuto regia: Caterina Bartoletti
foto di scena: Davide Saccà
 
drammaturgia e regia di Vincenzo Picone
 
 

Le note

Lo spettacolo
«Personaggi grotteschi e sopra le righe abitano una città in cui versa un ristrettissimo divieto: è proibita qualsiasi riproduzione di immagini individuali attraverso foto, specchi e ritratti. Un attento portiere, funzionario di un potere sempre presente e senza volto, sembra muovere le fila di questa mascherata dove la vanità di ogni abitante viene perseguitata e punita con la pena di morte. Ma come si vive senza le proprie immagini? Che cosa rappresentano per l’uomo le immagini di sé e del mondo? E soprattutto, chi potrebbe trarre beneficio da un tale contesto? Ispirato a una delle poche opere teatrali di Elias Canetti – La commedia della vanità, scritta nel 1933 e pubblicata nel 1950 – Il balcone della vanità parte propriamente da questi interrogativi, mettendo in gioco il sottile rapporto tra potere e identità».
I giovani attori e registi del Teatro dell’Argine si mettono alla prova in uno spettacolo dalla forte valenza fisica e visiva, frutto di un percorso, laboratoriale prima e produttivo poi, durato quasi un anno.
 
La riflessione
Che due, tre o quattro persone si lascino sopraffare da una persona soltanto è strano, tuttavia può accadere; in questo caso si potrà ben dire che è mancanza di coraggio. Ma se cento, se mille persone si lasciano opprimere da uno solo, chi oserà ancora parlare di viltà, di timore di scontrarsi con lui, anziché affermare che si tratta di mancanza di volontà e di grande abiezione?

Così Etienne De la Boétie, filoso e giurista francese del Cinquecento, descriveva quella “particolare tendenza dell’uomo” alla Servitù volontaria, che sembra essere, secondo l’autore, prerogativa umana in tutte le epoche storiche. Letta con lo sguardo del Novecento di totalitaria memoria questa prospettiva sembra essere profetica oltre che veritiera. Cosa spinge un’intera popolazione ad assoggettarsi ad una capo? Come può un solo uomo controllare milioni di uomini? Dagli stessi interrogativi prende le mosse la riflessione di un altro grande studioso del Novecento, Elias Canetti, che fa dello studio sulla formazione delle masse – politiche e sociali – il trait d’union dell’intera sua opera poetica. Lo spettacolo Il balcone della vanità nasce per l’appunto a margine della riflessione lucida che l’autore bulgaro compie intorno alla nascita del potere, nelle sue dinamiche individuali e sociali, in particolar modo in una delle sue poche opere teatrali: La commedia della vanità. Da questo scritto sorge il pre-testo narrativo – incipit de Il balcone della vanità – di un divieto ristrettissimo che impone, ad una non specificata cittadina, di privarsi dei propri specchi e di qualsiasi tipologia d’immagine di sé e del mondo; di conseguenza oltre agli specchi, anche i ritratti e le fotografie sono banditi in tutta la città. Ad essere perseguitata è la vanità – termine quanto mai ridondante nel nostro presente – considerata il male peggiore di tutta la società.

Il mondo chiuso e autoreferenziale di questa cittadina – inevitabilmente raffrontabile a quello di Fahrenheit 451 di Bradbury o al 1984 di Orwell o ancora al grottesco mondo di Delicatessen di Jeunet – vede come protagonisti personaggi grotteschi e sopra le righe in preda ad una smania compulsiva finalizzata all’attuazione di un decreto di cui non ci è dato sapere né il motivo né il reale ideatore. Tutti i personaggi diventano così, più o meno consapevolmente (come succede a tutti noi?), meri esecutori di un potere costituito; a presentare questa folle mascherata un portiere luciferino che, come nelle migliori tradizioni letterarie, osserva non visto tutto ciò che accade, riempiendo con attenzione la sua preziosa agenda. Intorno a lui dieci personaggi, giocati da sei attori, rappresentanti un classico modello sociale – dal maestro alla bambina, dal direttore al predicatore, dalla puttana all’operaio – e raffiguranti i vizi e le virtù (poche) delle categorie d’appartenenza. Si dimenano, urlano, litigano, gioiscono per un editto da rispettare, da osservare con ligia devozione; alcuni si ergono a controllori della città, altri subiscono passivamente gli eventi, qualcuno, invece, rimane in disparte ad osservare i mutamenti di questa strana cittadina carpendone le debolezze e i desideri nati, pian piano, dalla mancanza della propria immagine. La festività e la grottesca allegria che accompagna la liberazione e la distruzione di tutte le immagini del proprio passato e della propria vita si trasforma, infatti, in una mancanza sempre più incolmabile non rispondente alla combattuta vanità, bensì all’inappagata identità. Da questa parola passa quella “strana tendenza”, di cui parlava Etienne De la Boétie, che per mostrarsi si serve di uno specchio, ripudiato e distrutto prima, agognato e desiderato dopo. Forse anche troppo.

Ne Il balcone della vanità si assiste così al gioco continuo e perpetuo del potere; un potere che passa dal divieto e dalla proibizione dittatoriale – forte del braccio armato della legge – a un potere, politicamente vicino alla nostra realtà, che si palesa invece attraverso il falso sorriso, le ricercate parole, il linguaggio persuasivo che fa leva sulla debolezza identitaria e intellettuale degli uomini. Questi sono i veri protagonisti della commedia. Sono Loro che permettono ai potenti di diventare tali; sono Loro che si gettano pigramente sul comodo letto dell’obbedienza; sono Loro che, accecati dalla propria individualità, continuano a non curarsi del mondo che li circonda; sono Loro, ergo, siamo Noi.

Il promo

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Le recensioni

Rumor(s)cena
Se si affaccia la “vanità” dal “balcone” l’uomo perde la sua identità e libertà
di Roberto Rinaldi
Ci sono spettacoli che procurano la sensazione di come sia possibile tradurre, con leggerezza, tematiche appartenenti alla letteratura saggistica e alla filosofia. La traduzione è possibile a patto che si abbia la cura di affrontare con mano sicura e serietà nell’esaminare il contenuto, evitando di cadere nella retorica, sempre in agguato, specie per chi intende utilizzare il teatro come mezzo divulgativo. Così non è stato per Il balcone della vanità, commedia ispirata ad un’opera di Elias Canetti La commedia della vanità incentrata sul rapporto tra identità e potere. Il regista Vincenzo Picone, giovane solo per età anagrafica, dimostra una maturità artistica nell’affrontare la messa in scena di un lavoro che trae spunto da Massa e Potere (sempre di Canetti), in cui la disamina è incentrata sulla nascita e gli sviluppi del potere. Parola che riconduce per forza maggiore a precedenti storici nefasti. Una sfida vera e propria quella in cui il regista e la Compagnia Teatro dell’Argine di San Lazzaro di Savena (Bologna) si sono cimentati con notevole impegno e creatività.
Il registro scelto è quello in chiave anche a tratti grottesco per rendere bene l’idea come il potere in mano si presti ad un gioco divertente quanto pungente per colpire con l’arma migliore che un artista possiede: quello della satira. Intelligente e dissacrante. Il Potere la teme sempre e la rifugge. La commedia esilarante ruota intorno ad un divieto categorico di utilizzare specchi, ritratti, possedere fotografie. La vanità è bandita in una strana città dove gli uomini e le donne celano i loro visi con delle maschere che amplificano un senso di estraniamento. L’indurre in tentazione per un vanesio significa essere condannato a morte. C’è materia a sufficienza per un’indagine che si addentri nei moti dell’animo più profondo e misterioso. Il tema dell’identità è stato affrontato dalle più svariate discipline scientifiche e umanistiche se ne è occupata da tempo immemore. Perché togliere la propria immagine?
Quale significato assume la spersonalizzazione della propria immagine? Cosa c’è dietro ad un divieto così assurdo che si spiega solo con l’intento autoritario di alienare un’intera comunità a favore di un diktat che arriva da un dittatore invisibile? Il riferimento riconduce ad un passato dove intere nazioni sono state assoggettate ad un unico leader con potere di vita e di morte. Senza scomodare nomi illustri, ecco che Il Balcone della Vanità ci porta in un mondo surreale e per questo molto vicino ad una realtà che sembra impossibile da poter vivere. Prima dell’inizio dello spettacolo uno strano personaggio si aggirava tra il pubblico facendo richieste improponibili. Un folletto inquieto che si rivelerà poi una specie di presentatore con il compito di introdurre i vari personaggi, rappresentanti di tutte le categorie sociali. Onesti e disonesti a seconda di dove l’uno o l’altro intendono schierarsi.
Tutto sembra però essere mosso da un volere imprevedibile come se fosse un gioco delle parti dove ciascuno non conosce il ruolo assegnatoli. È tutto un susseguirsi di duetti che si alternano a piccole farse dove i personaggi ammiccano e si prestano ad ammiccamenti seduttivi per conquistarsi la loro porzione di vanità. Il divieto a loro imposto si rivela ancor più pericoloso nel contribuire a far si che il potere quello autoritario e arrogante riesca a trascinare folle verso destini infausti. Il regista Picone costruisce uno spettacolo godibile, divertente, intelligentemente critico, dove trova spazio una compagnia di giovani (formati e promettenti) attori affiatati che contribuiscono al successo meritato. C’è in loro l’entusiasmo in grado di imprimere dinamismo nel meccanismo scenico che si avvale di una scenografia colorata e funzionale, esaltata da un disegno luci molto curato.
Di grande effetto le musiche scelte dal regista: da Raphael Beau con Mimotronik, a Franz Von Suppe con March from Boccaccio, Return to the past e Conte d’Amour di Zbigniew Preisner, Delicatess e Baiser sous l’eau di Carols D’Alessio, il suggestivo Stabat Mater di Gioacchino Rossini, fino a Michael Nyman con Time Lapse e Crack of Doom di Tigger Lillies. La scelta accurata dei brani era in grado di supportare drammaturgicamente l’ottima recitazione di Alessandro Aiello, Francesca Bagnara, Giada Borgatti, Lorenzo Cimmino, Giulia Franzaresi, Simone Maurizzi, Giulia Ventura.

Le date

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