La stagione delle piogge Teatro  -  2011

Locandina

 
Una produzione Teatro dell'Argine/Mosika
 
con Victorine Mputu Liwoza, Judith Moleko Wambongo, Babacar N’Diaye,Serigne N’Diaye
 
scene di Gabriele Silva
costumi di Cristina Gamberini
aiuto regia Vincenzo Picone
musiche eseguite dal vivo da Malick Kaire Gueye
direzione attori Mandiaye N’Diaye
 
regia di Pietro Floridia
 
Prima Nazionale 22-24 luglio 2011 ore 21.45 - Festival "Da vicino nessuno è normale" 2011
Teatro La Cucina - Ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini - via Ippocrate 45, Milano
 
 

Lo spettacolo

di Pietro Floridia
 
La stagione delle piogge è uno spettacolo tutto africano.
Nasce dall’avere attraversato e lavorato per mesi in vari paesi africani.
 
La drammaturgia è di un ghanese, una parte del cast è senegalese, l’altra parte congolese. Vi si racconta di un diluvio, reale e metaforico, che sta sommergendo il mondo rendendolo tutto uguale, facendo scomparire le differenze sotto un unico manto di acqua. Vi si racconta della resistenza di una donna e di due topi, dei loro tentativi di fuggire all’infuggibile, di inventarsi alternative per non essere spazzata via. Vi si racconta di un’Africa vittima sì di una invasione di logiche e modelli culturali occidentali, ma che sa esprimere anche antidoti inaspettati scarti, salti, invenzioni radicali che noi non conosciamo più.
Ecco, per me, l’Africa può essere questo.
Un serbatoio di possibilità altre, una gigantesca Arca di Noè stivata di uomini di tutte le epoche, di tutte le civiltà, di persone spesso non ancora addomesticate e deformate dal progresso, non ancora indebolite dal vivere urbano.
Eppure proprio oggi anche quell’immensa riserva rischia di appiattirsi, per eliminare le sue interne diversità.
Le cause sono sempre le stesse: razionalizzazione, regole del mercato, logica dei commercianti, espressione spesso di un modo di pensare che appartiene alla nostra civiltà.
Qualcosa mi risuona dentro.
E mi fa pensare ad un vicolo cieco.
Mi fa pensare ad un mondo imprigionato in logiche da cui non riusciamo a liberarci, in formule, etichette, parole ripetute così tanto da divenire esauste, senza più vita.
Mi fa pensare alle nostre vite spesso bloccate, incarcerate dentro alternative che in realtà non sono alternative perché non hanno il coraggio di essere radicali, di mettere in discussione le regole del gioco, le premesse implicite su cui poggia questa nostra fineciviltà. Fineciviltà che mi fa pensare al diluvio, a qualcosa che pervade della stessa materia ogni anfratto che filtra in ogni dove, che contagia ogni ambito a cui sottrarsi pare impossibile (o forse ci si sottrae proprio attraverso l’impossibile?) se non chiamandosi fuori esiliandosi fuori (chissà che non sia questo il valore del viaggio, del non esserci?) oppure praticando il fuori in una zona di eccezione talvolta (ma a che prezzo?) chiusa, impermeabile, stagna come un’arca che in fondo altro non era che un carcere galleggiante…

Il regista

Pietro Floridia
Regista, drammaturgo e direttore artistico
 
Negli anni della formazione ha modo di lavorare con B. Jerkovic, S. Cardone, V. Mikheenko, S. Farrell. Nel giugno 1993 si diploma presso la Scuola di Teatro Colli - Scuola di Teatro dell'Emilia Romagna e a settembre dello stesso anno fonda, insieme a un nutrito gruppo di artisti di teatro, la Compagnia del Teatro dell'Argine, della quale è presidente fin dalla fondazione e nella quale lavora tuttora in qualità di regista, drammaturgo e insegnante. Dal 1998, è direttore artistico, insieme a Nicola Bonazzi e Andrea Paolucci, dell'ITC Teatro Comunale di San Lazzaro. Nel 1997 dà vita, insieme ad un gruppo di allievi, al gruppo Le Saracinesche/OTE (Ozzano Teatro Ensemble), una costola della compagnia maggiore. Dirige, tra gli altri, gli spettacoli Che diremo stanotte all'amico che dorme? (dalle opere di Cesare Pavese, 2001, Festival delle Colline Torinesi), I Dublinesi (da J. Joyce, 1999), Sogno di una notte di mezza estate di W. Shakespeare (2000), La strada di Pacha (2009), Report dalla città fragile (2011), La stagione delle piogge (2011). Scrive e dirige gli spettacoli Cronache da un mondo perfetto (2002), Il balcone di Giulietta (2003), Tiergartenstrasse 4. Un giardino per Ofelia (2004, pubblicato dalle edizioni Filema), Il sapore dell'acqua (2005), Ecuba ex regina (2007). Dirige da anni laboratori interculturali che hanno dato vita ad una compagnia multietnica e una compagnia di rifugiati politici. Nel mese di luglio 2011 la casa editrice Nuova SI pubblica il suo diario di viaggio da Bologna a Diol Kadd (Senegal) "Teatro in viaggio, lungo la rotta dei migranti".

Il blog

Del Diluvio e altre sopravvivenze
21 dicembre 2010

Prima della partenza. Appunti sul progetto

Il Teatro dell’Argine da anni lavora con migranti che arrivano da ogni parte del mondo. Molti arrivano dal Marocco. Molti dall’Africa subsahariana. Senegalesi, ivoriani, camerunensi, nigeriani, congolesi. Molti sono richiedenti asilo politico o rifugiati politici.Alcuni non sono più in Italia. Non hanno ottenuto lo status di rifugiato oppure sono stati rimandati indietro.

Dove sono adesso?

Ripercorreremo a ritroso le tappe che hanno fatto per arrivare fino a qua. Toccheremo molte delle città da cui sono partiti. Incontreremo gli amici, i fratelli, le sorelle rimaste.
Forse ritroveremo anche qualcuno di loro, di quelli costretti a tornare.

E così partiamo. Io (regista pieno di libri) e il Gabo (scenografo dalle mani geniali) in macchina (Land Rover scassata) da San Lazzaro (dove ha casa il Teatro dell’Argine) verso Dioll Kadd (villaggio del Senegal dove ha casa Mandiaye) attraverso Marocco Sahara occidentale Mauritania sulle rotte dei migranti partiti dall’Africa verso l’Italia sulle tracce dei respinti o dei tornati.

Non faremo reportage giornalistici, non faremo turismo solidale, non faremo i cooperanti e nemmeno faremo gli avventurieri da rally. Non siamo capaci di fare nessuna di queste cose.
Faremo quello che sappiamo fare. Faremo teatro.

Con le decine di persone che incontreremo lungo il cammino, nei centri sociali di Tangeri e di Casablanca, insieme a gruppi che si occupano di bambini di strada o di migranti subsahariani a Rabat con compagnie professionali a Marrakesh
con gli amici, i fratelli, le sorelle dei nostri attori marocchini partiti da Foum Zguid, Infine, varcato il Sahara occidentale, varcata la Mauritania con i giovani attori della compagnia di Dioll Kadd. Costruiremo insieme storie, dialoghi, scene, testimonianze. Testimonianze di partenze. Di ritorni. Di non ritorni. Testimonianze di buchi lasciati da chi è partito. Testimonianze di sogni. Sogni ingannatori, sogni ingannati, sogni perfetti in quanto sogni, sogni lucidati ogni mattina, sogni che costano la vita, sogni che valgono la vita.

Questo tenteremo di raccontare e di far raccontare.

Il progetto si chiama “Del diluvio e di altre sopravvivenze”. Abbraccia quattro continenti. Sudamerica, Africa, Europa e Medio Oriente. Si chiama così perché – così ci è parso dai nostri passati viaggi - sembra che il modello Occidentale stia sommergendo tutto. Ovunque piove occidente. Ovunque scompaiono mondi. Come non mai, in questi anni, stanno scomparendo le differenze. (Il mio primo viaggio in Palestina risale a dieci anni fa. L’ultimo a due. Poco tempo eppure i cambiamenti sono stati enormi). Acqua dall’alto, acqua dal basso, acqua che entra ovunque, fuori, nelle vie delle città, nelle vetrine, nelle Tv, nelle mode, nelle merci e dentro, nelle famiglie, dentro, nelle teste, come una infiltrazione che goccia dopo goccia, riempie la testa, la allaga, fino a che tutto il dentro e il fuori alla fine si somigliano: ovunque la stessa roba: acqua d’occidente.

E il teatro?

Mi piace pensare che il teatro possa farsi arca.
A patto che sia in grado di accogliere al suo interno diversità a rischio di scomparsa (cosa che accade sempre più raramente, è notorio che nei teatri piova dentro). Mi piace pensare la Land Rover come una piccola arca. Mi piace pensare che si riempirà di storie. Di voci. Di disegni. Di oggetti. Di compagni di viaggio. Non solo diversi, ma anzi contrastanti, addirittura inconciliabili gli uni con gli altri. Come erano le tigri con le gazzelle imbarcate nell’arca. (Avrà avuto un bel da fare Noè per evitare che gli uni sbranassero gli altri. Per evitare che impazzissero di paura. Che si massacrassero fuggendo). L’arca non è un luogo di armonia. Dove le differenze si appianano. L’arca è una stalla dove ognuno urla il suo verso distinto. Dove non può che regnare il conflitto. Dove fianco a fianco si trovano gli inconciliabili. Il topo col gatto. La zebra e la iena. La formica e il formichiere. Indomabili, inassimilabili ad una visione unica (l’arca è il contrario del branco o del gregge). Costretti alla vicinanza perché là fuori li inghiottirebbe il diluvio
(quello sì sommergendo tutto, tutto rende uguale).

Il teatro (vedi la sua stagione più alta, quella della tragedia greca) è il luogo, la forma di organizzazione del pensiero che più può accogliere al suo interno ospiti inconciliabili, conflitti tra visioni irriducibili. Nessuna teoria unificante. Nessun demiurgo che sintetizza e concilia.

I conti non devono tornare.

Deve uscire dall’arca l’agnello sopravvissuto al leone, non che ama il leone. E ambedue sopravvissuti al diluvio Rimanendo agnello. Rimanendo leone. Non mutandosi in pesci soltanto perché c’è acqua dappertutto.

Conoscenza del Lando

 22 dicembre, 2010

Il Land Rover su cui viaggiamo si chiama Lando. L’ha battezzato così il Gabo. Così ho scoperto trattarsi di un Land Rover maschio. Gabo ha molto affetto per Lando. Di sicuro più di quanto gliene abbia mai visto avere per un essere umano. Gli parla. Lo accarezza. Deve essere perché il Gabo viene dalle campagne di Parma. È abituato a trattare con gli animali. Suo papà ha una stalla. Maiali. Mucche. Cavalli. Animali grandi che se non sono d’accordo non vanno. Penso che doveva essere così in passato tra cavalieri e cavalli. Penso a Ronzinante, il cavallo di Don Chisciotte. Sì, direi che il Lando sta a una vettura, come Ronzinante sta a un cavallo. Gabo e Lando hanno la stessa età. 30 anni. Solo che il Gabo li porta meglio del Lando. Ho detto “potevi anche dirmelo che avremmo attraversato il Sahara su un’auto d’epoca.” Mi ha detto”se per questo il motore è ancora più vecchio” Ho guardato l’elastico attaccato al cambio. Ho detto “così questo non è per bellezza?” No. È per tenere la quarta inserita. E ha sorriso. Come un bambino.

Perché sorridi? Perché siamo arrivati a Genova.
Il Gabo è contento. È stato un buon test. Così dice. In che senso? Lando non aveva mai fatto duecento chilometri di fila. Ma che bravo…
È sceso. Ha dato da bere a Lando. Un po’ d’olio.
A Lando piace molto l’olio. Praticamente va a miscela. Come il mio vespino 50 quando andavo al liceo. Ho pensato: be’, abbiamo solo parecchie migliaia di chilometri da fare e Gabo si è detto soddisfatto di essere arrivato a Genova… meno male che viaggio con uno che il bicchiere lo vede mezzo pieno. Poi ho pensato a mia mamma. Più intensamente che potevo. L’ho rivista mentre mi diceva vai piano in bici e io le dicevo guarda mamma vado senza mani così lasciavo il manubrio e cadevo. Poi ho pensato. Non è tanto pratica di informatica. Magari il blog non riesce a leggerlo. 

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Il comunicato

COMUNICATO STAMPA
 
OGGETTO: intercultura, teatro, prosa, spettacoli Milano, Teatro dell'Argine, Mosika, Olinda.
Il 22 luglio 2011 alle ore 21.30 (repliche il 23 e 24) debutta in Prima Nazionale lo spettacolo La stagione delle piogge di Pietro Floridia, Teatro dell'Argine/Mosika. Lo spettacolo è inserito nel programma del festival "Da vicino nessuno è normale 2011” organizzato da Olinda - Ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini, via Ippocrate 45, Milano
 
La stagione delle piogge
uno spettacolo del Teatro dell'Argine e Mosika
 
con Victorine Mputu Liwoza, Judith Moleko Wambongo, Babacar N’Diaye, Serigne N’Diaye
scene di Gabriele Silva
costumi di Cristina Gamberini
musiche eseguite dal vivo da Malick Kaire Gueye
direzione attori di Mandiaye N’Diaye
 
regia di Pietro Floridia
 
La stagione delle piogge è uno spettacolo tutto africano. Nasce dall’avere attraversato e lavorato per mesi in vari paesi africani raccontando tutto in diretta sul blog “Teatro in viaggio lungo la rotta dei migranti”. Una parte del cast è senegalese, l’altra parte congolese. Vi si racconta di un diluvio, reale e metaforico, che sta sommergendo il mondo rendendolo tutto uguale, facendo scomparire le differenze sotto un unico manto di acqua. Vi si racconta della resistenza di una donna e di due topi, dei loro tentativi di fuggire all’infuggibile, di inventarsi alternative per non essere spazzata via. Vi si racconta di un’Africa vittima sì di una invasione di logiche e modelli culturali occidentali, ma che sa esprimere anche antidoti inaspettati scarti, salti, invenzioni radicali che noi non conosciamo più. Ecco, per me, l’Africa può essere questo. Un serbatoio di possibilità altre, una gigantesca Arca di Noè stivata di uomini di tutte le epoche, di tutte le civiltà, di persone spesso non ancora addomesticate e deformate dal progresso, non ancora indebolite dal vivere urbano. Eppure proprio oggi anche quell’immensa riserva rischia di appiattirsi, per eliminare le sue interne diversità. Le cause sono sempre le stesse: razionalizzazione, regole del mercato, logica dei commercianti, espressione spesso di un modo di pensare che appartiene alla nostra civiltà. Qualcosa mi risuona dentro e mi fa pensare ad un vicolo cieco. Mi fa pensare ad un mondo imprigionato in logiche da cui non riusciamo a liberarci, in formule, etichette, parole ripetute così tanto da divenire esauste, senza più vita. Mi fa pensare alle nostre vite spesso bloccate, incarcerate dentro alternative che in realtà non sono alternative perché non hanno il coraggio di essere radicali, di mettere in discussione le regole del gioco, le premesse implicite su cui poggia questa nostra fineciviltà. Fineciviltà che mi fa pensare al diluvio, a qualcosa che pervade della stessa materia ogni anfratto che filtra in ogni dove, che contagia ogni ambito a cui sottrarsi pare impossibile (o forse ci si sottrae proprio attraverso l’impossibile?) se non chiamandosi fuori esiliandosi fuori (chissà che non sia questo il valore del viaggio, del non esserci?) oppure praticando il fuori in una zona di eccezione talvolta (ma a che prezzo?) chiusa, impermeabile, stagna come un’arca che in fondo altro non era che un carcere galleggiante… (Pietro Floridia)

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