Il misantropo - Molière Teatro  -  2009

Locandina

Una produzione Teatro dell’Argine/ Festival delle Colline Torinesi/  Armunia Festival/ Castel dei Mondi Festival
in collaborazione con Comune di Poggibonsi/ Lunatica Festival/
Accademia di Belle Arti di Bologna
 
con Marco Toloni, Lorenzo Ansaloni, Mario Perrotta, Paola Roscioli,
Donatella Allegro, Giovanni Dispenza, Alessandro Mor, Maria Grazia Solano

aiuto regia Alvaro Maccioni
costumi realizzati da Claudia Botta con gli allievi
del corso di costume per lo spettacolo - Accademia di Belle Arti Bologna

traduzione e regia di Mario Perrotta

PREMIO SPECIALE UBU 2011

Il Premio Ubu '11

MARIO PERROTTA DEL TEATRO DELL’ARGINE VINCE IL PREMIO SPECIALE UBU 2011 PER LA TRILOGIA SULL’INDIVIDUO SOCIALE

Lunedì 12 dicembre al Piccolo Teatro Grassi di Milano è stato consegnato a Mario Perrotta, attore, regista e drammaturgo del Teatro dell’Argine, il Premio Ubu 2011 nella categoria Premio speciale per la Trilogia sull’individuo sociale.

Il premio è stato assegnato a Mario Perrotta per la Trilogia sull’individuo sociale, del quale coglie la disgregazione nel mondo contemporaneo.

La Trilogia, nata e prodotta dal Teatro dell’Argine in collaborazione con alcune importanti realtà teatrali italiane, comprende gli spettacoli Atto finale – Flaubert, I cavalieri – Aristofane cabaret  e Il misantropo – Molière.

L’indagine si è svolta nell’arco di tre anni (2009, 2010 e 2011) ed è iniziata con la messa in scena del testo di Molière che ha debuttato in prima nazionale al Festival delle Colline Torinesi 2009, prodotto da Teatro dell'Argine in collaborazione con: Castel dei Mondi Festival di Andria, Festival delle Colline Torinesi, Festival Armunia Castiglioncello,Lunatica Festival, Provincia di Massa, Comune di Poggibonsi. È proseguita con l’allestimento de I Cavalieri – Aristofane cabaret che ha debuttato in prima nazionale al Castel dei Mondi Festival di Andria 2010, prodotto da Teatro dell'Argine in collaborazione con: Castel dei Mondi Festival di Andria, Lunatica Festival, Provincia di Massa Carrara. Si è conclusa nel 2011 con la messa in scena di Atto finale – Flaubert ispirato dal romanzo incompiuto Bouvard e Pécuchet di Flaubert che ha debuttato al Castel dei Mondi Festival di Andria 2011, prodotto da Teatro dell'Argine in collaborazione con: Castel dei Mondi Festival di Andria, Lunatica Festival, Provincia di Massa Carrara, Regione Puglia, Unione Europea, Teatro Pubblico Pugliese.

Lo spettacolo

«Ci vuole coraggio a fare Molière. Ci vuole coraggio a fare Molière facendo Molière. Così com’è, senza cambiargli i connotati. Ci vuole coraggio a tradurlo in versi, oggi, serenamente, senza intromissioni se non profondamente giustificate. Ho tolto tutto il superfluo dal mio Molière, ho lasciato gli attori soli nello spazio, davanti a quei versi alessandrini da mangiare e digerire, per non farli sentire. Li ho lasciati soli con una storia semplice e urgente da raccontare» (Mario Perrotta). 

E’ nello scontro tra Alceste (il misantropo) e Oronte (l’uomo di potere) che si può ravvisare una possibile chiave di lettura del testo. E’ lì che esplode il massimo abuso, dando segno di una società talmente malata di potere e di rapporti di interesse, da giustificare, al limite, la misantropia del protagonista, liberandolo dall’etichetta classica di “caso clinico”. Ma non solo Alceste e Oronte: tutti i rapporti tra i personaggi di questa farsa tragica sono schiacciati verso il basso dagli obblighi sociali e da un aleggiante timore della ritorsione (la denuncia, il processo, l’esclusione dalla “corte”), salvo poi deflagrare violentemente nel finale. Alceste diviene così un militante dell’etica, un “resistente” in un mondo talmente lontano dalle sue istanze da condannarlo irrimediabilmente alla sconfitta. Rapporti di potere e col potere: niente di più vicino a noi. Sembra paradossale, ma la società del Re Sole, asfittica e autoreferenziale, riguarda strettamente la nostra società globalizzata. Un’indagine sul potere, sulle sue malattie. Un’indagine sull’amore: amore che diviene impossibile quando assume, anch’esso, la smorfia terribile di un esercizio di potere.

Il nuovo spettacolo di Mario Perrotta, co-produzione del Teatro dell’Argine con alcune delle più importanti realtà teatrali italiane, per ri-raccontare uno dei grandi classici del teatro di tutti i tempi

La trilogia

Trilogia sull’individuo sociale
un'indagine di Mario Perrotta

Scarica il pdf del dossier sulla trilogia

Progetto vincitore del Premio Speciale Ubu 2011

(2011) Atto finale - Flaubert - Dell’utopia individuale 
(2010) I cavalieri - Aristofane cabaret - Dell’agone politico e della utopia sociale
(2009) Il misantropo - Molière - Dell’individuo VS sociale

“Individuo sociale” è una contraddizione in termini. È un’utopia, una condizione limite cui tendere. O uno è “individuo” oppure è “sociale”: è sufficiente l’incontro/scontro con l’altro per mettere in crisi i confini della nostra individualità - questo lo sappiamo bene tutti. Ed è questa lacerazione tra le proprie istanze e quelle dell’altro che ci governa continuamente, nel nostro agire quotidiano e nella nostra evoluzione di razza umana. Eppure tutti vorremmo essere animali sociali, tutti vorremmo vedere il trionfo definitivo della giustizia, dell’equità e della solidarietà. Il vero guaio è che ognuno – ogni individuo – ha un concetto tutto suo di giustizia, di equità e di solidarietà. E siamo di nuovo al muro contro muro: individuo contro individuo. Tre testi dunque, tre farse violente – o grottesche tragedie – per rispondere a un interrogativo: siamo per natura individualisti o animali sociali?

L’indagine si è svolta nell’arco di tre anni (2009, 2010 e 2011) ed è iniziata con la messa in scena del testo di Molière che ha debuttato in prima nazionale al Festival delle Colline Torinesi 2009, prodotto da Teatro dell'Argine in collaborazione con: Castel dei Mondi Festival di Andria, Lunatica Festival, Provincia di Massa, Festival delle Colline Torinesi, Festival Armunia Castiglioncello, Comune di Poggibonsi.
È proseguita con l’allestimento de I Cavalieri – Aristofane cabaret che ha debuttato in prima nazionale al Castel dei Mondi Festival di Andria 2010, prodotto da Teatro dell'Argine in collaborazione con: Castel dei Mondi Festival di Andria, Lunatica Festival, Provincia di Massa Carrara.
Si è conclusa nel 2011 con la messa in scena di Atto finale – Flaubert, ispirato dal romanzo incompiuto Bouvard e Pécuchet di Flaubert, che ha debuttato al Castel dei Mondi Festival di Andria 2011, prodotto da Teatro dell'Argine in collaborazione con: Castel dei Mondi Festival di Andria, Lunatica Festival, Provincia di Massa Carrara, Regione Puglia, Unione Europea, Teatro Pubblico Pugliese.


Il 12 dicembre 2011 al Teatro Piccolo di Milano, Mario Perrotta ha ricevuto il Premio Ubu per l'intero progetto con la seguente motivazione:

Premio Speciale Ubu 2011 a Mario Perrotta per la "Trilogia sull'individuo sociale" del quale coglie la disgregazione nel mondo contemporaneo.


La stampa su Atto finale - Flaubert

Repubblica – Rodolfo Di Giammarco
Dialogo con Flaubert sulla solitudine del web. (…) Una coppia beckettiana di transfughi che si isolano e cercano online (non trovandole) le ragioni della vita e di un oltre. (…) Un caso di drammaturgia binaria che celebra il vuoto.

Avvenire – Domenico Rigotti
Uno spettacolo coeso, denso di contenuto, avvincente e convincente. (…) Uno spettacolo dove la satira della stupidità umana è quanto mai feroce. (…) Superba anche la parte visiva. (…) Il debutto al Festival dei Mondi di Andria che va sempre più rivelandosi come vetrina fra le più interessanti di quel "nuovo teatro" di cui Perrotta è senza dubbio uno della figure più originali. Meritevole di accesso nei grandi teatri.

Libertà – Enrico Marcotti
Perrotta utilizza una chiave di lettura sorprendente, spiazzante, ma al tempo stesso decisamente efficace per restituirci il cuore del pensiero flaubertiano. (…) Spettacolo intelligente, maturo, denso di significati, ottimamente interpretato, che vorremmo rivedere in qualche teatro “altolocato” a fronte, spesso, di proposte deludenti.

Hystrio - Domemico Rigotti
Mario Perrotta e Lorenzo Ansaloni, in perfetta osmosi, si lanciano in un match che non dà tregua. Bravissimi: il primo un Bouvard dall’accento leccese, il secondo un Pécuchet dalla carnosa parlata bolognese. A contribuire al successo anche la brava Paola Roscioli e Mario Arcari che, al pianoforte dilettandosi con le bachiane Variazioni Goldberg, anche lui contribuisce a spezzare l’incantesimo cibernetico.

www.paneacqua.eu - Govoni e Ameruoso
La loro è una tana, un rifugio o una prigione in cui non manifestano agonismo, piuttosto complicità a volte inconsapevole, che conduce all'immagine talvolta tesa al ridicolo, di un isolamento allucinato che non sarà sconfitto dalla conoscenza.


La stampa su I Cavalieri - Aristofane cabaret

Corriere.it - blog Controscene -  Massimo Marino
Non è più la satira tante volte ascoltata, un po’ inoffensiva, in fin dei conti rassicurante e assolvente: è un gesto gaglioffo che col suo procedere da carro armato, con i suoi sorrisetti, le sue moine ritmiche cresce e macera la nostra identità sempre più incerta.
Un trascinante blob teatrale, un vorticoso cabaret, implacabile, materiale teatrale acre. A ritmi folli ed entusiasmanti.

Ateatro.it - Anna Maria Monteverdi
Magnifico cabaret: uno spettacolo davvero esilarante, ricco, generoso, folle, sfrontato. Un cabaret alla Brecht questi “Cavalieri”, un cabaret nero. L’ottimo spettacolo di Mario Perrotta, ci fa piantare gli occhi in faccia alla vita.

Hystrio - Laura Caretti
Nell'amara riscrittura di Perrotta gradualmente le parole si spengono, la bocca non ha più suono e si apre in un ghigno vorace. Aristofane, prima tradotto in un cabaret alla Petrolini, finisce con l'assomigliare a Ionesco.

Retididedalus.it - Titti Danese
Perrotta si scatena a riscrivere Aristofane in sintonia, ma con palese irriverenza, al commediografo greco. Spettacolo complesso, orchestrato con grande rigore, con gli interpreti che si destreggiano abilmente tra musica, canzoni e monologhi per una comunità dispersa, ossessionata dalla crisi e da un futuro senza prospettive.


La stampa su Misantropo - Molière

Repubblica - Rodolfo Di Giammarco
C’è memoria del teatro del primo Mario Perrotta (...) C’è la politica, ne il Misantropo - Molière che Perrotta traduce e realizza avviando una “Trilogia sull’individuo sociale” (...) C’è sana denuncia della piaggeria verso il potere (...). E c’è accusa per i nostri leader sornioni, indignazione per le escort d’alto bordo (... ) E c’è ritmo e senso.

Corriere.it - blog Controscene - Massimo Marino
Il misantropo è la prima tappa di una Trilogia sull'individuo sociale che proseguirà con I cavalieri di Aristofane e Bouvard e Pécuchet di Flaubert. Già da questa prima tappa si apprezza la regia efficace e il coraggio di Perrotta, che abbandona la strada dell'aedo tutto solo in scena per misurarsi con un testo in compagnia.

L’Unità - Rossella Battisti
Mario Perrotta mette da parte, con coraggio, i successi degli assoli e passa a un Molière corale per otto attori. Traducendo, aggiornando al contemporaneo i riferimenti del testo, lavorando all’attualità politica di un Misantropo che si fa “militante dell’etica”.

Hystrio - Claudia Cannella
Una traduzione che sarebbe piaciuta a Garboli. Coraggiosa la scelta registica. E lo spettacolo lo si è visto crescere (e ancora crescerà). A partire dal protagonista, l'Alceste di Marco Toloni, alla splendida Celimene di Paola Roscioli, padrona assoluta della scena fin dal debutto.

La Gazzetta di Parma - Valeria Ottolenghi
Sempre perfetto il festival Armunia di Castiglioncello. Tra gli spettacoli di particolare interesse, intelligenza e fascino, «Il misantropo » diretto da Mario Perrotta. Questo spettacolo resterà alla memoria a lungo.

Stilos - Titti Danese
un Teatro scabro, rigoroso, essenziale in cui la questione etica emerge senza retorica alcuna in una messinscena assolutamente godibile. Ottimo inizio per un progetto triennale che merita attenzione e sostegno.

Corriere di Firenze - Tommaso Chimenti
La storia del “Misantropo” moleriano sembra perfetta per descrivere i nostri tempi e la traduzione di Perrotta, fresca, diretta come diretti con i guantoni tra le corde, dal linguaggio quotidiano senza scadere in quello televisivo, ben riesce a dare ritmo ed una ulteriore regia. Una scelta politica.

Le recensioni

La Repubblica - 20 luglio 2009
Il Misantropo secondo Perrotta
di Rodolfo di Giammarco

C’è memoria del teatro del primo Mario Perrotta, negli otto personaggi che a Inequilibrio (Castiglioncello) egli dissemina su sgabelli nel vuoto. C’è la politica, ne il Misantropo di Molière che Perrotta traduce e realizza avviando una “Trilogia sull’individuo sociale” (seguiranno Aristofane e Flaubert). C’è sana denuncia della piaggeria verso il potere che Alceste (Marco Toloni) non tollera. E c’è accusa per i nostri leader sornioni, indignazione per le escort d’alto bordo con riferimento a una pur acuta Célimene (Paola Roscioli), e scherno per la retorica di Oronte che Perrotta impersona. E c’è ritmo e senso.
 
L'Unità - 18 luglio 2009 
L'etica del Misantropo
di Rossella Battisti
(...) Se Roberto Latini coglie il sintomo di un teatro pronto a tornare alla phoné lasciando i bagliori delle scene, Mario Perrotta ne coglie il desiderio di respirare classico, di allargare i confini. Mette da parte, con coraggio, i successi degli assoli (la doppietta di Italiani cincali e La Turnata su memorie di emigranti), e passa a un Molière corale per otto attori. Traducendo, aggiornando al contemporaneo i riferimenti del testo, lavorando all’attualità politica di un Misantropo che si fa “militante dell’etica”. Un uomo disgustato dagli intrecci scandalosi di potere e politica. Perrotta si fa vanesio e untuoso Oronte, lasciando a Marco Toloni il cipiglio serio di Alceste. Nell’equilibrata orchestra dei recitanti spicca però la Celimene di Paola Roscioli, puntualissima fra toni di civetteria e lampi di cattiveria.
 
Il Corriere della Sera ed. Bologna - 22 febbraio 2010
Il Misantropo nero e corale di Mario Perrotta
di Massimo Marino
Mario Perrotta scaglia in uno spazio vuoto i personaggi del Misantropo di Molière in un corpo a corpo senza respiro con i fantasmi della menzogna sociale. Otto sedie ai bordi della scena, segnata in terra con linee che formano un quadrato. Geometricamente ossessive sono le passioni dei personaggi che si affronteranno in quel ring ideale, inchiodati ai loro ruoli in un confronto sulla sincerità e la menzogna virato al nero, incalzante, contemporaneo e antico come i costumi, barocchi e di oggi. Niente suppellettili, niente scene: solo parole e caratteri, piaggerie e furiose sgradevoli antisociali verità. Bastoni per sorreggersi, trascinare, sfidare. Piccoli specchi portatili agitati come amuleti per provare a squarciare, a riconoscere la vanità e le maschere. Perché tutti ne indossano qualcuna, anche Alceste, il protagonista, nei suoi disgusti senza mediazioni, che lo rendono incapace di umana comprensione.
Perrotta, con la sua fluida traduzione, con la sua regia a ritmi rock, aggiorna anche alcuni riferimenti di Molière adattandoli a moderni cortigiani. Ma questa è forse la parte più debole dello spettacolo: si ferma al piacere della battuta, per l'attore, e del riconoscimento, per il pubblico, senza la corrusca forza politica che aveva l'invettiva nel buio di Leo de Berardinis in Il ritorno di Scaramouche, contro "'sto mariolo che c'arrobba pure 'o sole". La virtù, qui, sta invece nel ritmo senza requie, che tutto travolge, compreso il protagonista, ridicolo, inadeguato nel suo voler forgiare un mondo nuovo che non si lascia plasmare. La tenerezza, la dignità finale, sta nell'amico e nella cugina di Celimene, che semplicemente hanno il coraggio di confessarsi il loro amore, prospettando la possibilità di una vita "naturale".
La lotta contro il mondo di Alceste nella sua radicalità umorale, nel suo rifiuto del mondo, nella sua solitudine è destinata all'esilio. Nella furia di questa ora e mezza si racconta l'isolamento che non viene a patti e che non porta sbocchi, accennando solo altri aspetti dell'opera, come il doloroso autobiografismo dell'autore, Molière. Ma non manca il gusto per certe sfumature, specie nella caratterizzazione fisica epica di certi personaggi. Bastano alcuni passi di tango, qualche sguardo sfuggente, per descrivere l'amore "alla moda" di Celimene; qualche postura artificiale per evocare la piaggeria cortigiana.
Bravi gli attori, spesso impegnati in vere e proprie prove di virtuosismo all'ultimo fiato. Sempre segnato dal violento distacco dalle bassezze l'Alceste di Marco Toloni, tronfio, piacione e sottilmente feroce il vanesio Oronte di Perrotta, solenne anche nella dissimulata civetteria la Celimene di Paola Roscioli. Le altre figure sono affidate a Lorenzo Ansaloni, Donatella Allegro, Giovanni Dispenza, Alessandro Mor, Maria Grazia Solano. Il misantropo è la prima tappa di una Trilogia sull'individuo sociale che proseguirà con I cavalieri di Aristofane e Bouvard e Pécuchet di Flaubert. Già da questa prima tappa si apprezza la regia efficace e il coraggio di Perrotta, che abbandona la strada dell'aedo tutto solo in scena per misurarsi con un testo in compagnia.

Hystrio - ottobre 2009
Molière/Perrotta - Alceste militante dell’etica contro i malati di potere
di Claudia Cannella
Solido e senza tempo come solo un grande classico può essere, ma anche forte e fragile come è il puro teatro d'attore e di parola. Ha rischiato grosso Mario Perrotta abbandonando gli assoli con seggiola da narratore per buttarsi in un'avventura collettiva che, dopo Molière, prevede Aristofane e Flaubert: una "Trilogia dell'individuo sociale" per indagare quanto siamo homo homini lupus e quanto invece disponibili alla convivenza civile. Ha scelto il Misantropo, ne ha fatto una traduzione che sarebbe piaciuta a Garboli, rispettando il verso ma rendendolo "dicibile" in scena, lasciando perdere le forzate attualizzazioni ma concedendosi qualche manomissione per mantenere l'efficacia del portato satirico. Qualcuno potrà storcere il naso a sentir citare Clemente, Pierferdinando, Dalemide, Ignazio, gli amici di Maria, Alba e il presentatore dalle mani giunta al posto dei vari Cleante, Damone, Belisa, Adraste, Damide... Eppure ci sta, perché se quei nomi all'epoca di Molière appartenevano a persone ben precise, oggi per noi non avrebbe senso. Senso che riacquistano nominando i cortigiani del nostro tempo. Coraggiosa è anche la scelta registica: otto attori soli in scena con le loro storie, senza appigli scenografici, a muoversi come su un nudo ring e ad aspettare il proprio turno seduti in posa su sgabelli. Non ha cercato altro Perrotta, se non il testo e l'attore, riservando per sé un istrionico cameo nel ruolo di Oronte, nobile ipocrita e pessimo poeta bistrattato da Alceste. E lo spettacolo lo si è visto crescere (...) A partire dal protagonista, l'Alceste di Marco Toloni, che va colorando di rabbiose passioni la sua intransigenza verso i lacché dei potenti per poi ritrovarsi disarmato di fronte all'amore per la più cortigiana di tutte, la splendida Celimene di Paola Roscioli, padrona assoluta della scena fin dal debutto. Le stanno al passo la coppia "buona" Eliante-Filinte (Francesca Bracchino e Lorenzo Ansaloni), unici amici sinceri del ruvido protagonista (...) D'altra parte il teatro d'attore è questo: matura solo attraverso la pratica scenica e questo spettacolo lo sta dimostrando.
 
La Gazzetta di Parma - luglio 2009  
Castiglioncello in perfetto "Inequilibrio"
di Valeria Ottolenghi
AL FESTIVAL TOSCANO TANTI GLI SPETTACOLI DI GRANDE INTERESSE
Sempre perfetto il festival di Castiglioncello , «Inequilibrio» di Armunia, direttore artistico Massimo Paganelli, per la scelta degli spettacoli nell’ansia sincera di confrontarsi, senza pregiudizi, con le poetiche della contemporaneità, per il clima di reciproco ascolto tra gli artisti, per il piacere di capire, di creare progetti, di attivare sinergie.
Così anche quest’anno. Tra gli spettacoli di particolare interesse, intelligenza, fascino, «Il misantropo » di Molière per la regia di Mario Perrotta, un’importante coproduzione tra più soggetti, tra i quali proprio Armunia, otto interpreti in scena, e «Iago, Desdemona e Otello» di Libero Fortebraccio Teatro, magnifico protagonista Roberto Latini, affiancato per un breve tratto da Elena de Carolis. Ma se questi due spettacoli resteranno alla memoria a lungo, con la speranza anche di incontrarli nuovamente nelle stagioni invernali, rivederli, recensirli separatamente, piacevoli, interessanti, di qualità anche altri gruppi e titoli (...)
Il «Misantropo » mescola proprio tradizione e ricerca, il testo rispettato anche nell’attualizzarlo, traducendo le ironie, gli sberleffi, dal passato al tempo presente, nel divertito gioco degli specchi, ciascuno sempre pronto a mostrare agli altri la propria identità o a scoprirla per sé in azioni di ritmica eleganza coreografica, molto bravi, ben affiatati, tutti gli attori, Marco Toloni, Lorenzo Ansaloni, Mario Perrotta, Paola Roscioli, Francesca Bracchino, Nicola Bortolotti, Alessandro Mor, Maria Grazia Solano.
 
Corriere di Firenze - luglio 2009  
Misantropo di Mario Perrotta
di Tommaso Chimenti
CASTIGLIONCELLO – Perrotta c’è ma non si vede. Anzi a guardar bene, a scrutare le sediole, gli sgabelli precari come trespoli da pappagallo sui quali stanno il manipolo di attori dai passi di danza tangheiri, “metà strehleriani e metà ronconiani” dice il cincalo italiano, sono moltiplicate all’esterno di un ring, un quadrato delimitato da rette bianche, confine marcato ed irrinunciabile, soglia del dentro o fuori, il centro e il limbo, la presa di coscienza o il trasporto del sistema. Chiamala la tirannia della maggioranza. E la storia del “Misantropo” moleriano (presentato in prima al Festival delle Colline torinesi) sembra perfetta per descrivere i nostri tempi e la traduzione di Perrotta, fresca, diretta come diretti con i guantoni tra le corde, dal linguaggio quotidiano senza scadere in quello televisivo, ben riesce a dare ritmo ed una ulteriore regia. Una scelta politica. Al centro la moralità, obiettivo e fulcro della storia artistica del Perrotta che dal “fuori” dell’immigrazione, dall’indignazione del “lontano”, adesso scende nelle viscere nostre, terrene e tricolori, che le faccende a noi vicine sono sempre più difficili da stigmatizzare, da darne un contorno preciso e non partigiano. E’ un progetto triennale che dopo questo Moliere ’09 passerà ad un Aristofane nel 2010 ed a Flaubert nell’11. Trilogia dell’individuo sociale. Perrotta, tra gli otto attori, si ricicla e si ritaglia il ruolo più piccolo, quello di Oronte. Un quadrato-arena che l’ottimo protagonista Alceste, duro, sudato, iperattivo, percorre sul filo, nel perimetro senza imbattersi nelle onde dolci e salottiere del centro delle lusinghe e delle convenzioni. I costumi di scena sono coloratissimi, gli attori non escono mai di scena, e tutti hanno uno specchio in mano con la doppia funzione rivelatrice: se da un lato è lo specchiarsi un vezzo istintivo e maniacale nell’intento di ri-conoscersi nella stupida estetica senza sostanza né profondità come in un’unica bidimensionalità, dall’altro il cristallo di riflessi è anche il mezzo per vedersi nelle fattezze, nei difetti dell’altro, rinnegandolo, bloccandone l’arrivo nel proprio spazio vitale come la paletta della polizia stradale, come un divieto di transito. E l’ingiustizia urlata da Moliere per i malaffari ed i personaggi viscidi e sordidi del proprio tempo diventa in Perrotta non una violenta presa di posizione, non un’aggressione verbale ma un continuo e leggero (e quindi ancor più penetrante perché ironico e giocoso) dileggio nei confronti di icone che nel nostro deturpato Bel Paese fanno tendenza e moda e creano seguiti, a tratti anche infarcendosi la bocca con parole sacre come “cultura” e “politica”. In questo paniere stanno le rime dal sapore goliardico, stilettate sobrie, che tirano in ballo la Carfagna e il Vecchio Cavaliere, “i tacchi non danno la statura per governare un Paese”, come Maria De Filippi, Ignazio La Russa e l’“equilibrista” Casini, Alba Parietti “sembra che sia in calore in tutte le stagioni”, D’Alema, il Tartufo-Vespa “il cortigiano che bussa a Porta a Porta”. Il rigetto che accomuna l’autore francese e il nostro “turnato” è un vomito contro le veline e il berlusconismo, i figli di papà, le falsità, l’ipocrisia, la malizia, la compiacenza, l’imbroglio, la frode, la corruzione, morale e materiale, la furbizia, gli adulatori, i leccapiedi dalle lodi sperticate, un mondo dove “è un vanto non aver mai letto un libro”. La beffa è che ognuno di noi, in teoria, è d’accordo nel condannare questo sistema di disvalori, poi, nel nostro piccolo, cediamo, acconsentiamo, chiniamo la testa o la voltiamo da un’altra parte.

La Nazione - ed. Arezzo - 24 luglio 2009  
Play Festival - Perrotta rivisita il testo sacro di Molière
di Silvia Bardi 
Verità e finzione danzano intorno al ring. il ring del teatro Pietro Aretino, o meglio la sua versione sotto le stelle, che durante la notte ritaglia il Misantropo di Molière. Il ring della vita. Otto sgabelli, uno per ciascun attore, che si muovono in sincronia, si alzano e si studiano ai lati opposti del quadrato. Ognuno con il suo specchietto al collo. Un po’ per confermare la propria immagine, un po’ per sbattere quella dell’altro addosso al nemico: in un gioco delle parti a tratti spontaneo a tratti no. Gli specchietti diventano armi, armi di un duello a tratti surreale e un po’ troppo innamorato di se stesso. Lì dove la verità e a finzione si scambiano le parti, fin quasi a sembrare la stessa cosa. Perché la finzione è tanto mediata da apparire la verità più credibile. Perché la verità è talmente estrema da sembrare finzione. Specie per certe soluzioni di scena. Ad esempio gli uomini che girando su se stessi diventano carillon e scandiscono il passaggio delle scene. (...) In scena gli attori non mancano. Tre su tutti. Marco Toloni, un Alceste arrabbiato e disperato che trasmette bene la beffa dell’uomo insieme integro e a pezzi. Maria Grazia Solano, profilo tagliente e un registro che esce dagli schemi. E lo stesso Mario Perrotta, che si ritaglia addosso un Oronte che dà il meglio di sé nella prima parte. Quando l’ironia prende il campo, quando le pause comiche son quanto mai attuali.
 
eolo-ragazzi.it - 17 luglio 2009
Misantropo
di Mario Bianchi
Il nostro viaggio per l'Italia dei festival inizia a Castiglioncello ad “In Equilibrio”, negli ultimi tre giorni di questo benemerito festival che tanto ha fatto in questi anni per il rinnovamento della scena italiana, puntando sui gruppi giovani verso soprattutto un teatro che riacquistasse il senso della parola significante e verso una danza che potesse ampliare i propri confini.
Momento clou dell'ultimo week end è stata la presentazione del nuovo lavoro di Mario Perrotta, artista conosciuto soprattutto come felice narratore, in veste qui di regista ed attore. Perrotta, una delle tante anime del Teatro dell'Argine, ha riproposto in una scabra ma densissima trasposizione scenica uno dei capolavori del teatro europeo “Il Misantropo” di Moliere.
Scabra perchè in una scena completamente nuda è il gioco degli attori che compie il miracolo del teatro ma densa perchè con pochissimi accorgimenti al testo viene restituita una contemporaneità esemplificatrice. E' pur vero che il testo di Moliere è di una modernità disarmante e come dice lo stesso regista “ nei rapporti di potere e col potere: niente è di più vicino a noi.... Sembra paradossale ma la società del Re Sole – così asfittica e autoreferenziale – riguarda strettamente la nostra società globalizzata”. Il Misantropo è il protagonista Alceste ,un efficace Marco Toloni, intransigente idealista, che conduce la sua vita senza false ipocrisie non piegandosi mai a compromessi, incapace di conciliare la propria eticità con le consuetudini sociali. Innamorato di Célimène, una giovane donna un po' civetta ed amante della mondanità, cerca di convincerla ma invano a rinunciare per amor suo al mondo a cui è abituata. Alla fine Alceste perduto anche un processo intentatogli, deciderà amaramente di uscire di scena.
Perrotta con una serie di compagni di valore come Lorenzo Ansaloni, Paola Roscioli, Francesca Bracchino, Nicola Bortolotti, Alessandro Mor, Maria Grazia Solano mette in scena questo apologo sulla moralità, seguendo fedelmente il copione molièriano, munendo i suoi personaggi di uno specchietto in cui guardarsi e solo un momento si discosta dal testo quando nella scena della festa il chiacchiericcio delle malelingue si abbatte su alcune figure archetipe del nostro tempo. Ma tutto ciò avviene discretamente, senza enfasi caricaturale.
Insomma alla fine lo spettacolo risulta essere un modo intelligente e godibile di riproporre un classico ad un pubblico totale restituendogli tutte le sue valenze ancora oggi perfettamente riconoscibili.
 
lospettatore.it - 31 Marzo 2010
Il Misantropo, fatto di attori - Il Teatro dell'Argine alla prova del classico di Molière
di Nicola Zuccherini
Costringe il teatro a fare il suo lavoro Il Misantropo secondo Mario Perrotta: rivelare l'umanità a sé stessa raccontando una storia, senza il velo di complicate interpretazioni ma con il filo di una immediata, evidente verità. Un compito anacronistico: chi oggi crederebbe a una qualche verità, quando tutto è diventato opinabile, rileggibile, riscrivibile, manipolabile?
Nella lettura del regista, il personaggio di Molière è individuo contro la società, ostinato fino alla patologia e all'autodistruzione: seguiranno, sullo stesso tema, Bouvard e Pécuchet e I cavalieri di Aristofane per una trilogia che declina in modo nuovo e intelligente impegno civile e proposta cioè lo scavo di testi classici che rischiano di sparire pian piano dai palcoscenici meno ingessati e scolastici (e in prospettiva da tutti).
Ci voleva coraggio per tentare una versione nuova di zecca del Misantropo: il risultato ottenuto dall'attore letterato Perrotta è traduzione molto italiana in cui si rinnova la lunga storia di dialoghi e scambi tra Molière e il teatro italiano. È un copione che che punta con efficacia alla comunicabilità del verso, a una dicibilità svelta ma non facile. Conservando il verso alessandrino Perrotta ha introdotto infatti nel recitato tensioni e pluralità di ritmi, lasciando però al dettato una completa resa comunicativa, che il pubblico ha mostrato di apprezzare. Tanto che anche qualche attualizzazione con rimandi troppo diretti ai personaggi famosi e televisivi di oggi si inserisce senza insostenibili scossoni.
La messinscena è affidata interamente ai mezzi recitativi della compagnia, in assenza di qualsiasi elemento scenografico. Scena vuota, dunque, ma fino a un certo punto: ci sono i costumi, c'è la presenza di spalle degli attori non di scena sul perimetro del palco, c'è la capacità di disegnare spazi e luoghi con il movimento, ritagliando e occupando aree diverse sul palco stesso.
Così la macchina teatrale progettata e messa in moto da Perrotta funziona grazie alla scioltezza e alla potenza recitativa degli attori, mossi con grazia e tensione: al centro di tutto c'è Paola Roscioli che imprime al movimento scenico il fiero sigillo di una personalità d'attrice, con lei Marco Toloni, Lorenzo Ansaloni, Mario Perrotta, Donatella Allegro, Giovanni Dispenza, Alessandro Mor, Maria Grazia Solano.
 
bolognateatro.it - 15 febbraio 2010
di Carlo Magistretti
Questa nuova produzione del Teatro dell'Argine è la prima di una trilogia che Mario Perrotta sta preparando sull'uomo. Il misantropo di Moliére è stato qui tradotto dal regista che poi ne ha curato alcuni piccoli adattamenti. Perrotta ha ragione, Moliére (come molti dei grandi classici del teatro) è assolutamente attuale, e questo forse per la teoria dei corsi e ricorsi. Ma noi - e nemmeno Perrotta - non ci poniamo il problema del perchè accada questo. Più che altro Perrotta attraverso questo spettacolo mette in luce la società in cui viviamo, dove in luce (o meglio, sotto i riflettori) finisce sempre quello che si vuol far finire, e viene detto sempre quello che fa comodo far credere, proprio come i chiacchiericci sterili delle cortigiane di altre epoche, che però a volte hanno fatto la storia (pensate alla pornocrazia del 900 d.C.).
La cortigiana approfitta del suo fascino, trattiene gli spasimanti a sé per usarli come meglio crede, racconta a ciascuno di amare solo lui, scredita le altre pretendenti con notizie false ma credibili, e nondimeno adula il potente di turno come si conviene alla bella cortigiana. C'è molto della società italiana contemporanea in tutto questo e Perrotta non fa altro che sbatterlo in faccia al pubblico, come se avesse un evidenziatore per sottolineare i passaggi importanti.
Veniamo alle note tecniche: gli attori sono stati bravi, e si muovono in uno spazio scenico vuoto che viene opportunamente illuminato (ecco che torna il discorso di prima su cosa finisce sotto i riflettori) in modo da creare un "dentro" e un "fuori". I costumi sono molto interessanti, perchè richiamano quelli dell'epoca di Moliére ma proprio per dare un segnale di contemporaneità hanno dettagli moderni. I personaggi hanno tutti uno specchio, che ogni tanto guardano, come per vedersi meglio, o anzi, per nascondersi dietro loro stessi e le loro miserie, quasi come fossero dei telefonini, la moderna via di fuga ai brutti pensieri.
La regia di Perrotta è studiata in ogni minimo dettaglio, nulla, nemmeno uno sguardo, un movimento, un passo, è lasciato al caso. Vedo in questa regia di Mario una certa rabbia dietro questo lavoro, come se avesse raggiunto il limite della sopportazione e non potesse più tenerla dentro, un po' come forse si sentono oggi molti cittadini. Una regia molto studiata dicevo, che però forse proprio per questo suo eccesso di cura del dettaglio, rischia di perdere un po' di umanità. A meno che Perrotta non voglia dirci che in tutto quello che vediamo e che viviamo non c'è nulla di umano.

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