Eden Teatro  -  2010

Locandina

Una produzione Teatro dell’Argine

con Lorenzo Ansaloni, Micaela Casalboni, Alessandro Mor

scene di Nicola Bruschi
costumi di Cristina Gamberini

testo e regia di Nicola Bonazzi

PRIMA NAZIONALE: Venerdì 18 dicembre 2009 - ITC Teatro

Lo spettacolo

La cronaca dei nostri giornali è piena di storie, spesso cruente, generate dalla solitudine e dal sospetto. Sospetto generico verso l’esterno, verso “l’altro”, verso tutto ciò che può insidiare la corazza solida di quella solitudine perseguita ossessivamente come ultimo rifugio da un mondo pieno di insidie e di pericoli.

Una di queste storie è il pretesto che ha dato origine allo spettacolo: qualche anno fa un uomo, dopo aver rinchiuso il cadavere della madre nell’armadio, le aveva dedicato una lunga e straziante lettera di amore filiale, vergandola con la vernice rossa sulle pareti di casa. Più ancora che dalla situazione vagamente orrorifica, è dall’enorme senso di pietà umana provocata da questa vicenda che nasce Eden.
Eden è il sogno, l’illusione della bontà, l’infanzia protratta dentro quattro pareti di un appartamento che funge da ventre materno, il desiderio che nulla possa mai cambiare rispetto a una condizione di innocenza primigenia, edenica appunto.

Eden, dunque, è l’infanzia, perché infantile è, prima di tutto, l’incapacità di confrontarsi con il mondo e con la vita. E’ quello che succede a Manuel, il protagonista dello spettacolo, che si aggrappa ai ricordi come ad un’ancora di salvezza: sono i ricordi a riportarlo ad uno stato originario di infanzia inviolata; sono i ricordi che, disposti uno dopo l’altro come istantanee di un passato da decifrare, gli consentono di ritrovare un filo negli eventi della sua vita recente.

Nella notte di Natale, dentro l’appartamento decrepito, Manuel rievoca le vicende che lo hanno condotto a vivere in una solitudine assoluta e paranoica. Si materializzano così, come fantasmi o sogni, le presenza della madre e dello zio, lei donna autoritaria e religiosa, lui mezzo ritardato costretto da anni sulla sedia a rotelle, anche loro alla ricerca spasmodica di un eden domestico da recuperare e preservare; anche loro ossessionati da un “fuori” avvertito come minaccioso, e abitato da generici stracomunitari (come li definisce lo zio) che si affacciano dalle finestre della casa di fronte.

Ma questa condizione di chiusura, di difesa, proprio perché impermeabile al dialogo e generata dalla paura, non è senza tensioni.
I tasselli della memoria di Manuel a poco a poco si ricompongono, disegnando rapporti morbosi e inquieti, vissuti in maniera fin troppo esclusiva all’interno di quelle quattro pareti fatiscenti. Tra canzoncine, giochi e sogni irrealizzati, Manuel dipana il filo della memoria sino a quella notte di Natale, riappropriandosi nostalgicamente di un passato felice a dispetto del fondo ambiguo e oscuro che lo attraversa.

Con una lingua popolare, permeata da inflessioni e sentenze dialettali che contraddicono l’atmosfera un po’ opprimente della casa, e attraverso piani temporali che, come accade appunto nei sogni, si intersecano in maniera apparentemente normale, la storia si conclude là dove era cominciata: Manuel è di nuovo solo nel vecchio appartamento. Anche se, obbedendo a un impulso con cui sembra finalmente prendere in mano la propria vita, non lo resterà per molto.
 

Il video

Le foto

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Le recensioni

Il Corriere della Sera edizione Bologna
Massimo Marino
«Un interno spoglio color del legno scuro, un tavolo, due sedie, una finestra, una croce incombente, mobili stilizzati che sembrano sghembe bare.
I suoni di una filastrocca infantile, una voce materna. Al centro della scena di Eden, la nuova creazione del teatro dell’Argine con la drammaturgia e la regia di Nicola Bonazzi, sta un uomo spiritato con la barba lunga. Sul pigiama ha una povera vestaglietta rosa femminile. È la madre, scomparsa da cinque anni, che sta ancora con lui, sopra di lui, in lui, insieme allo zio, le loro voci, i loro fantasmi, in quell’ambiente soffocante e maleodorante, dove bisogna di tanto in tanto, come una preghiera o un’imprecazione, spruzzare nell’aria uno spray profumato.
Al suono di una bandistica marcia funebre appariranno, i due: inizialmente come imbiancati, contorti meccanici manichini da cabaret espressionista, poi spettri via via più reali incombenti su Manuel, ragazzone col rimpianto di un caldo nido per sempre infranto  dalla morte dei familiari, pronto a parlare con la voce della mamma, attaccato a fotografie che bloccano in istanti felici ormai svaniti.
È un’allucinazione grottesca questo spettacolo, con una morale fin troppo esplicita, esemplificata soprattutto dallo zio, che appena riprende vita si immobilizza su una sedia a rotelle, incatenato a tic, fissazioni, singhiozzi del corpo e strabuzzamenti del volto. Si fa spostare, dispotico, dalla finestra al muro, dal muro alla finestra, e da questa osserva con timore, terrore, ferocia, aggressività, l’aumentare fuori degli stranieri, dei «marocchini», degli «stra-comunitari» che sente come una minaccia.
Oltre le pareti di casa c’è l’altro, difficile da capire, ansiogeno; nel nido c’è l’Eden, la rassicurazione, per quanto asfissiante, violenta, purulenta, l’affetto della donna, oppressivo, esclusivo, che accudisce maledicendo, che rapina sesso frettoloso e incestuoso al fratello, chiudendo con l’endogamia al rischio della relazione sociale.
Questo teorema perde ogni schematismo ideologico grazie a tre ottimi attori, brillantemente concentrati in un gioco scenico incalzante. Lorenzo Ansaloni è lo zio deforme, fisicamente e moralmente; Micaela Casalboni è un’ambigua madre dalla parlantina romagnola, protettrice e minacciosa, vittima e carnefice insieme; Alessandro Mor è il protagonista, in balia dei venti di una memoria che, scopriremo nel finale dalle tinte noir, se troppo venerata per appestare l’aria».
 
BolognaTeatro.it
Carlo Magistretti
«Seguo da anni il lavoro molto interessante della compagnia del Teatro dell'Argine. In particolare ho seguito il percorso artistico di Nicola Bonazzi, autore e regista, che in questi anni ha scritto piece teatrali davvero degne di esser conosciute e riconosciute a livello nazionale.
Ma si sa come vanno le cose in Italia, e quindi, nell'attesa che la tv si accorga di questi bravi professionisti, ci siamo noi a consigliarvi i loro spettacoli.
Bonazzi quando scrive parte da un'idea, uno spunto dalla realtà, per costruire una storia non vera ma verosimile, non reale ma realistica. L'immaginario di Bonazzi è sempre tendente al grottesco nel senso più alto del termine. Se qualcuno volesse trovare un paragone cinematografico, il grottesco di Bonazzi tende al primo Ozon, oppure televisivamente parlando a Six Feet Under di Alan Ball (già autore di American Beauty). Qui lo spunto arriva da un fatto di cronaca di qualche anno fa: un uomo il cui amor filiale per la madre era diventato una malattia, tenne per un po' di tempo il cadavere della madre morta in un armadio, continuando a scriverle lettere amorevoli, prima di essere scoperto.
Non aspettatevi uno spettacolo horror o splatter, ma i cadaveri quelli sì, cadaveri che riprendono vita, come degli zombie, a rappresentare i ricordi della nostra infanzia che ritornano solo quando lo vogliamo noi, in un momento di nostalgia.
La storia di Eden ripesca dall'immaginario felliniano la romagna, la cultura contadina degli anni '60, i personaggi surreali che potrebbero esser stati scritti per Amarcord, per portarci a braccetto a conosce e cercare di capire dove e perchè i problemi del protagonista sono cominciati.
Ma attenzione, l'autore non ci dà mai una soluzione, ci accompagna solo fin lì dove poi noi possiamo - se vogliamo - trarre le nostre personali conclusioni.
Consiglio questo spettacolo a tutti, in particolare a chi ha la passione per la psicologia».
 
Scanner
Tommaso Chimenti
«Se il Paradiso è avere otto anni e stare con la mamma in casa propria al riparo dal mondo esterno, lontano dalle responsabilità, dalle scelte, dal futuro, vezzeggiato e coccolato, allora lo abbiamo perduto tutti. O, almeno, è una condizione passeggera alla quale non ci abitueremo mai. Ne avremo il sentore, il ricordo, la nostalgia, qualcuno tenterà di ricrearlo. In ogni caso sarà un insuccesso, un completo fallimento. Chiedimi se sono felice, cantava Samuele Bersani. Che sapore ha la felicità rispondevano i Negrita. A meno che non si voglia chiudere in una bolla di sapone, circoscrivere in un microcosmo, controllato e governato da poche leggi conosciute, sottolineare in una parentesi la propria esistenza e votarla ad una infelicità sostenibile, ad un appiattimento depresso ma confortevole, disgraziato ma collaudato. E così in Eden della Compagnia Teatro dell’Argine un bambino cresciuto ed arrivato alla soglia dei quaranta, chiamalo “bamboccione”, è rimasto, volontariamente o meno, all’interno di un nucleo familiare dai rapporti malsani, corrotti, sgradevoli, viscerali. Tutto nasce da una storia vera di cronaca: in una casa era stata trovata una donna morta per cause naturali ed in decomposizione in un armadio, mentre il figlio aveva scritto con della vernice rossa una lettera straziante d’addio alla madre. Esiste una logica all’interno del trittico composto dal figlio eterno pargolo vagamente ritardato e tarato al quale viene concesso tutto, anche di cantare la stessa canzone, o di festeggiare Natale, “che dovrebbe essere il giorno più bello”, ogni volta che si vuole (Alessandro Mor che si muove leggero nelle pieghe dell’instabilità mentale e infantile), una madre che ha occhi soltanto per la carne della sua carne (Micaela Casalboni versatile matrona dispotica tra peccati inconfessabili e segni della croce), uno zio paralitico in carrozzina vessato, umiliato ed offeso, parafulmine ed esorcista della rabbia covata in quelle quattro mura, sparring partner della famigliola credente che si sente più unita e migliore colpendolo (Lorenzo Ansaloni sicuro, cattivo e politicamente scorretto). A sua volta lo zio handicappato, costretto quindi a richiedere sovente l’aiuto per la deambulazione agli altri due componenti della famiglia, insulta dalla finestra coloro che sono, nella scala gerarchica sociale, sotto di lui: gli extracomunitari. E’ un ricordo, un flash back continuo tra realtà e fantasia farraginosa: zio e madre escono da bare appoggiate alle mura (ricorda Pop Star dei Babilonia). Non manca la proiezione alla Psycho, né una punta di “Sterminio” alla maniera delle Albe. Una Famiglia Addams ma senza sorrisi. Ed è violento il testo di Nicola Bonazzi che se da una parte ci mostra quest’immenso amore tra madre e figlio, che non è riuscito a canalizzarsi nei naturali canoni, dall’altro ci espone una latente frustrazione che appartiene a tutti noi, con la voglia repressa di, prima o poi, farla pagare a qualcuno, chiamalo nonnismo sociale. Sono ossessivi compulsivi nell’altalenanza della compassione e del peccato, della rinuncia e dell’essere condanna l’uno per l’altro, drammaticamente soli perchè “la gente è cattiva”. Una vita passata in ciabatte e pigiama a ricordare i bei tempi, che forse non hanno mai bussato a quella porta. Un appartamento dai giochi incestuosi, dalle mobilia distorte come le percezioni dei tre, armadi sbilenchi come torri di Pisa, dove su tutto aleggia la religione, gli amen e le scaramanzie vanno a braccetto, i rituali delle preghiere salvifiche che garantiscono il ritorno, dopo una vita di penitenze e sofferenze, in quell’Eden lasciato, o costretti ad abbandonare. Tutto è alterato, morboso, eccessivo, dissacrante, provocatorio in un continuo gioco delle parti per allontanare la morte, per vincere l’ennesima giornata, per sconfiggere la noia mortale. Sono martiri del nostro tempo, hanno paura di uscire di casa perché il mondo è sporco, degradato, meglio quindi rimanere intristiti mentre i giorni scorrono come sabbia tra le dita pensando a quello al quale si è scampati. Questi tre fantasmi non esistono per gli altri, vivono, si fa per dire, meglio respirano, in disparte senza fare rumore, immersi nella punizione, nell’autocostrizione, nell’indigenza fisica e di sentimenti, malati e paranoici si trascinano, inciampano lenti, ingobbiti dai pensieri. Si odiano tra recriminazioni, scuse, asti e acredine di vecchia data, vivono nel passato, vedono demoni dappertutto, si perdono in richieste inutili in una casa museo da pulire, lucidare, lustrare che è l’unica cosa rimasta, l’unico bene, anzi il più prezioso perché rappresenta la fortezza contro gli invasori, continuamente deodorata da questa puzza di morte che aleggia come una cappa, di vite in decomposizione ancor prima di spirare. Voto 8».
 
lospettatore.it
Nicola Zuccherini
Eden, il paradiso della solitudine - L'inquietante interno familiare di Nicola Bonazzi
«Eden, la nuova produzione del Teatro dell'Argine, rivela i suoi personaggi storti e scomposti con pietà, con una simpatia che sfiora un'impossibile complicità. Il testo scritto e messo in scena da Nicola Bonazzi con Lorenzo Ansaloni, Micaela Casalboni e Alessandro Mor racconta di Manuel, ragazzo rimasto solo dopo essere cresciuto nel chiuso della sua casa con la mamma padrona e lo zio paralitico. Mamma e zio sono morti e lui continua a rivivere le tristi scene di sempre, un paradiso di isolamento, lamentele e ripetizioni in cui si manifesta, un passo dopo l'altro, una verità agghiacciante. Verità insieme alla quale il protagonistà sceglierà, con una decisione incredibile, di andare letteralmente a convivere - ma si dovrebbe dire commorire - definitivamente.
La macchina narrativa ideata da Bonazzi per raccontare questa storia che comincia dalla fine è efficace. Una sequenza di quadri in cui un passato che non passa si alterna a un presente che è solo sfondo dei deliri del protagonista, l'angoscia dell'isolamento fa posto a esplosioni di festa destinate a rendere ancora più evidente la desolazione dei protagonisti. Spostamenti e sfasature che non disorientano il pubblico, ma rendono ricco l'intreccio di tempi e temperature emotivi.
Gli attori, chiamati a fissare in tic e manovre ossessive le scombinate identità dei personaggi, tendono a risolvere tutto in caratterizzazione e ci vuole tutta la loro abilità, tutta la sapienza di Casalboni e Ansaloni, tutto il sudore di Alessadro Mor, per tenere in moto la macchina e consegnare all'applauso del pubblico i temi e i valori del testo.

Le date

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