Ecuba ex regina Teatro  -  2008

Locandina

Uno spettacolo del Teatro dell’Argine

con Micaela Casalboni

scene: Nicola Bruschi
costumi: Cristina Gamberini
aiuto regia: Giulia Franzaresi
assistenti: Fabrizia Cacicia, Margherita Colaprico,
Serena Licciardiello, Giuseppina Salvio,
Futura Tittaferrante, Alice Toccacieli 

testo e regia di Pietro Floridia
 

Lo spettacolo

Ecuba ex regina comincia come un viaggio: gli spettatori saranno condotti in un ambiente che potrebbe essere una qualunque delle nostre case, se non fosse che, misteriosamente, chissà da dove, vi si è infiltrato un enorme mucchio di scarpe disfatte. Come una slavina, è entrato in un luogo che fino a quel momento ci pareva sicuro, ordinato, familiare, magari anche bello, e adesso ci costringe a restringere i nostri spazi vitali, a mutare le nostre abitudini per fare posto a lui, il mucchio.
Gli spettatori si accomodano sulle sedie da casa rimaste insepolte e attendono, fino a quando non arriva una strana donna, che sembra giungere da remote lontananze e da un’epoca indefinibile. L’unica cosa che si sa di lei è che viene chiamata ogni volta che, dalle cantine in cui nessuno scende, dai solai dimenticati da tutti, dal “cumulo di stracci della Storia” fa irruzione il mucchio.
Viene chiamata in quanto, per via della sua storia, di quello che le è capitato tanto tempo prima, del mucchio – che per chi guarda è ancora un mistero impossibile da decifrare – è molto esperta. Sa indagarlo. Sa scavarlo. Sa comprendere di che sostanza è fatto e cosa ha da raccontare. Insomma, lei è “la levatrice” del mucchio, colei che dovrà “farlo partorire”, che proverà cioè a cavarne fuori un senso, a ricavare una risposta alle inquietanti domande che esso porta con sé: che cos’è il mucchio? E come agisce? Come accade che le cose si trasformano in mucchio? Che segreto contiene? Ha a che fare con qualcuno dei presenti? Se sì, con chi?
E così la levatrice si mette al lavoro. È pratica. È concreta. Dalla grande valigia che reca con sé tira fuori i suoi strani strumenti, vari tipi di strumenti ottici, delle clessidre, una pala, le fotografie dei suoi nonni. Le serviranno per le procedure necessarie al “parto”.
Mentre si accinge ad operare, con tutto il senso pratico del caso ma anche con la simpatia delle levatrici di una volta, racconta ai presenti la storia di una donna che lei ha conosciuto tanto tempo prima, una donna che tutti chiamavano Ecuba, come la regina di Troia, per via dei suoi tantissimi figli; e racconta anche della donna senza nome che la aiutò a partorirne sessantadue. Racconta di come le due donne si conobbero all’ombra sinistra dell’assedio imminente, racconta della vita perennemente incinta, degli ambigui rapporti con Priamo, ma soprattutto racconta di come e perché Ecuba arrivasse a partorire ben 62 figli. Racconta poi dell’assedio da parte degli stranieri, dei cecchini che sparavano dentro la città, della morte, della scomparsa di tutti i figli. Racconta di come, da regina, Ecuba divenisse schiava. Costretta a vagare di fossa comune in fossa comune, alla ricerca dei corpi dei suoi figli scomparsi.
Ecco, ci siamo. Di racconto in racconto, siamo finalmente giunti a dare un’identità, a dare un destino alla strana donna che sta scavando nel mucchio di scarpe. E che ora, là sotto, ha trovato qualcosa che riconosce. Un paio di scarpe da tennis. Le usava per giocare a pallone uno dei suoi figli, il più giovane, ammazzato che era un ragazzino.
Ecco chi è e per chi è venuto il mucchio. Ecco a chi aveva qualcosa da dire, chi riguardava da vicino. La nostra strana donna è in realtà essa stessa quell'Ecuba di cui finora ha raccontato, e ora ha trovato un altro dei suoi figli. Ora può procedere alla sepoltura. Ora può restituirgli la dignità di una morte non seriale, non anonima. Ora officerà la cerimonia dei nomi: solo se saprà ricordare i nomi dei suoi sessantadue figli strapperà questo ragazzo a una seconda morte, forse anche più terribile, quella dell’oblio, quella che lo condannerebbe ad essere soltanto uno scarto della Storia, un anonimo numero di cui nessuno più sa dire la piccola, unica storia.

La guerra. La guerra come strumento per mantenere il potere; la guerra come paradigma di uno stato di minaccia in cui nella lotta per sopravvivere si perde se stessi e la propria identità, dove la vita è combattere tra file di uomini indistinguibili e la morte è mucchio, fossa comune di resti senza più nome.
Ma non solo. La guerra è anche metafora di un mondo che schiaccia e appiattisce l'individuo sulla massa, che crea per distruggere, che costruisce per gettare via; un mondo contro il quale qualcuno ancora prova a resistere, insistendo, testardamente, a dare un nome alle cose e alle persone, a farle nascere, a coltivarle, a curarle e farle crescere.

Il testo, che nelle modalità costruttive va a esplorare meccanismi di montaggio di anacronismi, non nasce a tavolino ma – come spesso avviene nel lavoro della Compagnia Teatro dell'Argine – è stato creato a bordo palco dalla serrata interazione tra Pietro Floridia e Micaela Casalboni, una delle attrici storiche del Teatro dell’Argine, protagonista di alcuni dei più riusciti spettacoli della compagnia.
Dal punto di vista registico, lo spettacolo rappresenta un’ulteriore tappa nella ricerca di relazioni spaziali tra spettatore, attore e scenografia diverse da quelle tradizionali o già esplorate in altri lavori, con l'intento di generare rituali teatrali inconsueti, che, in qualche modo, consentano allo spettatore di vivere più intimamente l'emozione del gioco teatrale.
A livello di contenuti, Ecuba ex regina fa parte di una trilogia (insieme a Buchi nel cuore, progetto in collaborazione con Angelica Zanardi che andrà in scena nel marzo 2008, e Pacha della Strada, da un romanzo di Gianluigi Gherzi che andrà in scena nel 2009), nella quale si tenta di dare corpo ad una visione del mondo attraverso categorie e archetipi tutti al femminile.

Le foto

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