L'attentato Teatro  -  2004

Locandina

Una Produzione Teatro Nuova Edizione
in collaborazione con la Compagnia Teatro dell'Argine
e con con la consulenza dell'Istituto Provinciale della Resistenza

di Luigi Gozzi, Nicola Bonazzi, Pietro Floridia, Andrea Paolucci
con Marinella Manicardi, Lorenzo Ansaloni, Micaela Casalboni, Andrea Gadda, Giovanni Malaguti, Carlo Massari

scene e costumi: Davide Amadei
musiche e documenti sonori: Antonia Gozzi

regia di Luigi Gozzi

Lo spettacolo

«La prima idea di scrivere il caso Zamboni per il teatro venne al regista e autore Luigi Gozzi, nel 1976, cinquant’anni dopo l’uccisione di Anteo», racconta Marinella Manicardi, «erano gli anni delle bombe, degli attentati ai treni, poi ci fu anche la strage alla stazione di Bologna. Luigi Gozzi parlando a noi attori della compagnia Teatro Nuova Edizione, disse che quello gli sembrava il momento giusto per portare in scena la storia di Anteo Zamboni, giovane balilla, figlio di anarco-fascisti, quarto attentatore (tra il ’25 e il ’26) alla vita di Mussolini e ricordato come uno dei primi martiri antifascisti. Ma il progetto non riuscì a divenire spettacolo: non c’erano, allora, documenti, testimonianze, ricerche che potessero servire alla stesura del copione. Come se il caso Zamboni fosse stato dimenticato, tra imbarazzi e sensi di colpa. Poi ci sono stati altri spettacoli, altri temi. Finché l’incontro di Gozzi con drammaturghi più giovani della Compagnia del Teatro dell’Argine, e il desiderio di collaborare a un progetto comune non ha rimesso in campo l’attentato Zamboni, con una ricostruzione  straordinaria a disposizione: il bellissimo libro di Brunella Dalla Casa pubblicato nel 2000 dal Mulino, libro che ha svelato l’intrico politico, ideologico, storico e di affetti che compone le relazioni in campo attorno ad Anteo.»

In mezzo alla scena una sedia vuota che sarà ripetutamente colpita, spaccata, fatta a pezzi. Come il corpo di Anteo Zamboni, assente, di cui tutti parlano.
A distanza di quasi ottanta anni l’attentato a Mussolini in pieno centro a Bologna il 31 ottobre 1926 resta un mistero. Chi fu a sparare? Un complotto? Fascisti dissidenti? Un attentatore isolato? Un mistero italiano
tuttora irrisolto.
All'istante un povero ragazzo, Anteo Zamboni, viene ferocemente linciato dai ‘seguaci’ fascisti, e pochi giorni dopo sono promulgate le leggi speciali che sanciscono l’instaurazione della dittatura: abolizione della stampa d’opposizione, confino per i dissidenti, abolizione dei partiti antifascisti, pena di morte.
Da quel momento e nei mesi successivi, si moltiplicano gli omaggi e i riconoscimenti alla figura dominante di Mussolini, che divenne ‘il condottiero’, il ‘duce’ (sempre stampato in tutte maiuscole DUCE),’l’uomo della provvidenza’, in attesa di essere ’il fondatore dell’Impero’.

Il TNE

Il Teatro delle Moline viene fondato nel 1973 dalla compagnia Teatro Nuova Edizione (o TNE) - nata a Torino nel 1969 per opera di Luigi e Alberto Gozzi – che gestisce il teatro per più di trent’anni.

In oltre trent’anni di attività il TNE, con Luigi Gozzi e Marinella Manicardi - che dalla metà degli anni Settanta ha interpretato quasi tutti gli spettacoli prodotti, firmando alcune regie e affiancando poi Luigi Gozzi nella direzione artistica del teatro - ha prodotto circa ottanta spettacoli, distinguendosi, fin da principio per la particolare attenzione al rapporto attore-testo e una costante vocazione alla ricerca. Regista e drammaturgo del teatro, Luigi Gozzi ha scritto e realizzato quasi tutti gli spettacoli prodotti da TNE: dalla rilettura critica dei classici (Otello – 1974) alla progettazione di una propria drammaturgia testuale e scenica (Freud e il caso Dora – 1979), realizzando un teatro di forte impegno civile (L’attentato – 2004), Luigi Gozzi, e dunque il TNE, ha fatto nuovo teatro, non solo praticando il proprio ma andandolo spesso a cercare altrove, stimolando scrittori interessanti anche alle prime prove drammaturgiche.
Significative sono state le numerose collaborazioni con scrittori della scena e del libro: da quella con Elio Pagliarani a quelle più recenti con Marcello Fois e Carlo Lucarelli.

Nel 1992, dopo quasi vent’anni di gestione totalmente a carico della compagnia, le Moline diventano comunali. Il Comune di Bologna stipula, a suo carico, un contratto pluriennale con la proprietà privata e contemporaneamente una convenzione con il TNE per la gestione delle Moline (6 maggio 1992).

A partire dal 1 gennaio 2006 la cooperativa TNE decide di entrare a far parte di Nuova Scena. Il Teatro delle Moline diviene perciò la terza sede del Teatro Stabile di Bologna.
 

Le foto

Seleziona una miniatura per scorrere l'intera galleria e scaricare quella che più ti piace.

Le recensioni

Elisa De Portu
CARTELLONE LO SPETTACOLO DELL’EMILIA ROMAGNA

Luigi gozzi coltivava da tempo il desiderio di mettere in scena uno spettacolo che narrasse la storia di un personaggio controverso e dimenticato, come Anteo Zamboni. Ci riesce quest’anno, anche grazie alla recente pubblicazione di un libro di Brunella Dalla Casa che raccoglie documenti, resoconti e testimonianze su un avvenimento mai realmente chiarito e dai risvolti del tutto inquietanti. La mattina del 31 ottobre 1926 il giovane quindicenne Anteo Zamboni viene lapidato da una folla inferocita, con l’accusa di aver tentato di sparare al duce. Ma era davvero possibile che un giovane balilla, di famiglia anarco-fascista desiderasse attentare alla vita di Mussolini? Ma soprattutto, è certo che sia stato davvero lui a sparare il colpo e non piuttosto qualcun’altro? Dal 21 gennaio fino al 1 febbraio in prima Nazionale all’ITC di San Lazzaro è possibile assistere a l’Attentato, una produzione nata in collaborazione con il Teatro dell’Argine di Andrea Paolucci e un testo scritto a ben otto mani. A buttarsi nel progetto e a collaborare con Gozzi altri tre giovani drammaturghi che, a differenza del fondatore del TNE, il fascismo lo hanno studiato sui libri di scuola: si tratta dello stesso Paolucci, di Nicola Bonazzi e di Pietro Floridia. Un connubio tra giovani e “anziani” che ha prodotto un risultato interessante e intenso da cui emerge sopra le altre una bella interpretazione di Marinella Manicardi che impersona Viola, la madre smarrita di Anteo. Sulla scena, di Anteo, si avverte solo l’assenza. Fin dall’inizio sentiamo parlare di lui dalla madre, dal padre, dalla zia. Lo chiamano “patata” ed è solo un ragazzino che vuole diventare grande, un ragazzino che durante la parata vuole indossare gli abiti da balilla e scendere in piazza con gli altri. La sua mancanza è il filo rosso che lega tutti gli elementi sul palco e il motore di un’angoscia che è mancato ritorno, presentimento, violenza subita. E’ da questo momento che il fascismo irrompre tra le mura di via Fondazza, la casa di Mammolo Zamboni, che ne è completamente preso alla sprovvista. Il fascismo è ira, repressione, distruzione: una sedia che viene ripetutamente fatta a pezzi e un ragazzo che viene picchiato a sangue.
E poi la politica. E il dubbio. Il dubbio di un complotto, se è vero che non c’è un’inchiesta a chiarire la dinamica di un omicidio perpetrato da 20 squadristi e un duce che se la cava sempre. Da quel momento Mussolini è “l’uomo della provvidenza”, un uomo che si salva sempre, ma per farlo deve poter promulgare le leggi speciali, che sanciscono una feroce dittatura e l’abolizione di qualunque tipo di opposizione, dai partiti alla stampa. E lo fa per telefono, da Bologna, la sera stessa, mentre il corpo sfigurato di un giovane giace al comune, una famiglia cerca il suo ragazzo, una madre presagisce il pegio. L’Attentato è uno spettacolo da vedere. Ricco, umano, amaro ci rimanda i riflessi di un periodo storico che ha segnato l’Italia, per il senso di ingiustizia e la perdita di libertà che ha portato con sé. Non si tratta di uno spettacolo che parla di storia, ma la messa in scena di un’umanità. La famiglia è l’unico elemento a riempire il vuoto e le scene di terrore sono forti, così come è forte il rumore di uno sparo o di una sedia spaccata. E’ però uno spettacolo appena nato, che si avvale della partecipazione di un gruppo di attori di spessore, ma che come tutte le produzioni fresche, ha ancora un buon margine di miglioramento. Un lavoro, tuttavia, necessario ai giovani e agli “anziani”.
 
Davide Turrini
LIBERAZIONE

Bologna, 31ottobre 1926, anniversario della marcia su Roma, Benito Mussolini dopo aver presieduto l’evento allo stadio comunale e partecipato ad un convegno scientifico all’Archiginnasio, si avvia sull’Alfa rossa verso la stazione ferroviaria. Migliaia di persone in delirio per il duce, che a busto scoperto rotea le pupille e mostra la volitiva mascella alla folla. Poi alle 17 e 40 in pieno centro, tra via Indipendenza e via Ugo Bassi, un colpo di pistola.
Anteo Zamboni un quindicenne, in camicia nera da balilla, viene immediatamente additato dalle centinaia di astanti: il linciaggio è furioso ed immediato. “Sono state undici pugnalate, quindici percosse, un morso, u colpo d’arma da fuoco, un tentativo di soffocamento” e il corpo sfigurato e senza vita di Zamboni, rimane sul selciato per oltre un’ora. Nei giorni successivi il consiglio dei ministri fascista promulgherà le famigerate leggi speciali dirette a “spezzare le reni” degli oppositori.
Questa in sintesi la verisone ufficiale, ma fu veramente Zamboni a sparare? O c’era a monte un complotto dei fascisti locali che spinsero Anteo ad agire? Domande insolute, risposte ipotetiche nello spettacolo teatrale diretto da Luigi Gozzi all’ITC di San Lazzaro di Savena, nel bolognese. Punti di vista che si incrociano (i due camerati, il vigile , il padre di Anteo, Mammolo, la madre Viola e la zia Danda) per una scarna e dinamica messa in scena attorno ad una sedia vuota che verrà ripetutamente fracassata in mille pezzi dal camerata più giovane. Spolverini, fez e pantaloni alla zuava neri, inserti sonori del ventennio che aleggiano minacciosi, i coni d’ombra di una storia presto archiviata ma che rivolge allo spettatore l’insolubilità della questione e insinua il dubbio. Emotivamente trascina Marinella Manicardi nella parte della madre affettuosa e svampita, sorta di narratrice cortese e continuamente esclusa dagli eventi materiali, ma pronta a donare dolcezza verso la giovane figura del figlio, stritolata dall’incombente necessità di un visibile, salvifico e girardiano capro espiatorio.
Stupiscono i due miliziani (Carlo Massari e Giovanni Malaguti) per l’intensità con cui rievocano con poche e concitate parole, con nervosi e secchi gesti, l’atmosfera oppressiva di una dittatura che non lasciò scampo al seppur minimo dissenso. Senza dimenticare l’apporto di Lorenzo Ansaloni, Micaela Casalboni e Andrea Gadda, il vigile, che introducendo il fatto che si verificherà nell’immaginario futuro (ripetiamo: solo le sedie che continuamente vengono rotte riamandano simbolicamente ad Anteo) afferma: una gran giornata dove si fa la storia, la storia più importante, che rimane, e la storia che passa, anzi che è già passata, perché non c’è memoria, perché non c’è mai stata”.
Un plauso anche a Luigi Gozzi (lui il fascismo da bambino l’ha vissuto ) che è riuscito a mettere in scena un progetto nato nel lontano 1976 e continuamente rimandato, soprattutto per mancanza di documentazione storica, poi prontamente riscritto e rielaborato dopo la pubblicazione del libro di Brunella Della Casa, Attentato al duce (Il Mulino). Infine, sarà per quella fretta lapidatoria con cui Anteo viene ucciso, per quella incerdibile e repentina condanna agli ipotetici fiancheggiatori (Mammolo, grande amico del gerarca locale Arpinati, e la Danda verranno condannati a 30 anni di galera) che le ultime parole di mamma Viola assumono un signifcato storico-politico che non lasciano spazio ad ulteriori verità: “C’è chi dice che erano d’accordo tutti, quelli che erano là, attorno al capo, al duce e così hanno approfittato di un bambino, e dopo lo hanno massacrato, perché loro sanno come si fa ad uccidere…loro lo sanno, e lo sanno fare, alla svelta”.
 Di cosa parla: A distanza di quasi ottant'anni l’attentato a Mussolini in pieno centro a Bologna il 31 ottobre 1926 resta un mistero. Chi fu a sparare? Un complotto? Fascisti dissidenti? Un attentatore isolato? Un 'giallo' tuttora irrisolto. All'istante un povero ragazzo, Anteo Zamboni, viene ferocemente linciato dai ‘seguaci’ di Mussolini, e pochi giorni dopo sono promulgate le leggi speciali che sanciscono l’instaurazione della dittatura.
 
Massimo Marino
L’UNITA'
Bologna 31 ottobre 1926, quattro anni dopo la marcia su Roma, Mussolini visita Bologna. All’angolo fra via Indipendenza e via Rizzoli, mentre passa il corteo fitto di gerarchi, fra ali di popolo festante e un servizio d’ordine di centinaia di uomini, echeggia uno sparo. Il duce è illeso, in compenso, “l’attentatore” viene massacrato dalle camicie  nere a pugnalate e botte. La vittima si chiama Anteo Zamboni: è un ragazzo di quindici anni e non si saprà mai se sia stato davvero lui a sparare. Quello che è certo è che il duce chiama subito il ministro di polizia Rocco e accelera l’iter delle leggi speciali: di lì a pochi giorni in Italia non ci sranno più libertà. Gramsci finisce in prigione in meno di una settimana. A questo episodio sorico, un mistero, forse un complotto, diradato in parte solo due anni fa da un bel libro della storica Brunella Della Casa, è dedicato lo spettacolo “L’attentato”, in scena all’ITC di San Lazzaro fino all’1 febbraio (riposo il 26 e il 27, info 051.6270150). Il testo (pubblicato da Clueb) è stato scritto a otto mani da Luigi Gozzi (che firma anche la regia) e da Nicola Bonazzi, Pietro Floridia e Andrea Paolucci, per una coproduzione Teatro Nuova Edizione e Teatro dell’Argine, due strutture impegnate da anni in una drammaturgia rivolta a indagare la memoria storica e i conflitti del presente.  In una scena vuota, fra due pedane con alcuni spettatori ai quali gli attori si rivolgono di tanto in tanto, viene ricostruito il fatto, per porre domamde ma soprattutto per raccontare la nascita di un regime che vuole controllare la società, le vite, perfino le coscienze, e usa ogni mezzo per farlo. Anteo non si vedrà: sarà solo una sedia vuota al centro della scena, più volte fatta a pezzi da due squadristi. Anche di Mussolini si ascolta solo la voce stentorea, arringante folle pronte ad acclamare. I personaggi sono il padre Mammolo, tipografo, anarchico e fascista, ma senza tessera, la cognata Danda, forse sua amante, la moglie Viola, una donna goffa e sperduta, un vigile urbano che conduce nei luoghi di una Bologna diversa da quella odierna, più piccola, meno benestante. E poi i due squadristi, interpretati come caricaturali maschere dai giovani Carlo Massari e Giovanni Malaguti. La storia procede per salti temporali e spazial, con gli attori che si distanziano dai personaggi per raccontare e tornano subito a immedesimarsi nelle situazioni. Risalta la figura della madre, una vittima familiare, una donna debole di mente, ma anche creataura che sembra provenire da un altro mondo, capace di sentire prima, più profondamente degli altri: una Marinella Manicardi attonita e intensa. Il fascino maggiore di questo lavoro essenziale, apparentemente semplice, sta nella sua capacità di aprire i vuti. Non è teatro di cronaca e neppure solo esercizio di memoria. Man mano che scorrono le scene, che i monologhi svelano pezzi di verità dei personaggi, è la dimensione umana di questi che assume consistenza. Mammolo (un bonario Lorenzo Ansaloni), un uomo nutrito di confuse ideologie, che vanta l’amicizia con il federale di Bologna, che sostanzialmente prova a sopravvivere; la tesa Danda di Micaela Casalboni, una popolana diffidente degli slanci dell’altro; Viola e il sensibile vigile Andrea Gadda, tutti disegnano un universo di gente comune travolta dalla storia, colpita negli affetti da un regime che puzza di morte. Questa danza di assenze, evocando Anteo come un fantasma e il suo come un mistero, materializza l’invadenza di un potere che spiana ogni differenza, travolgendo le persone, trasformando le città in deserti di paura e conformismo dove si può solo “credere obbedire combattere”. E qui, il pensiero, non può che ritornare ai nostri giorni.
Come è nata l’idea di ripescare questo fatto dimenticato?
Ci pensavo da tempo. Ma non avevo i mezzi d’indagine storica. Due anni fa è uscito il libro di Brunella Dalla Casa e mi ha fornito materiali e nuovi stimoli. La vicenda storica mi interessava per ragioni locali e personali, per ricordare il fascismo a Bologna e perché comparivano nomi che ricorrevano nella mia infanzia. Ma anche perché credo si debba fare teatro politico, in certe forme, oggi particolarmente.
Ha un valore emblematico la scelta di questo episodio?
Siamo di fronte a uno strano mistero. Probabilmente non ci fu nessun attentato: si trattò di una messa in scena per propiziare una stretta del regime e per emarginare i settori più estremisti dello stesso fascismo. Ma la sinistra mollò, fece di tutto per perdere. E’ vero anche che la destra picchiò duro. Oggi viviamo ancora in un clima di decisa repressione e speriamo la sinistra non dimostri l’insipienza di quei tempi. Il vostro testo, pubblicato dalla Clueb, gioca su più livelli lasciando assente Anteo, ma anche il duce. Mussolini è presente come voce: era un grande comunicatore del suo tempo (come qualcun altro, in modo diverso, oggi), usava tutti i mass media a disposizione, il megafono, la radio, i giornali, i comizi, il cinema. Noi ricostruiamo gli avvenimenti secondo una scansione temporale libera; la madre, per esempio, interpretata da Marinella Manicardi, è un personaggio isolato, che sembra vedere per prima i fatti. Questa libertà di piani ci consente anche di lasciare le ambiguità della storia. Eppure ogni riferimento è precisissimo: luoghi, nomi, personaggi.
Come ha lavorato con gli altri drammaturghi?
Sono giovani. Quello che apparteneva alla mia memoria, per loro era decisamente lontano. E’ stato bello trasmettere anche un’esperienza storica, politica, di vita. Lavorare su un fatto reale penso che sia, oggi, importante. Non solo perché in molti, specie nel cinema o nella migliore TV, tornano a indagare il passato. Ma anche perché credo faccia bene misurarsi con dati reali, sociali, civili. In questo modo il teatro può fuggire l’autoreferenzialità da cui spesso è tentato. Senza rinunciare al dato esistenziale, senza cadere nelle certezze: anzi, aprendo dubbi.
 
Gastone Ecchia
ARGENTO VIVO
Il regista teatrale Luigi Gozzi già nel 1976 voleva mettere in scena questa storia. Solo dopo l’uscita del libro di Brunella Dalla Casa (Attentato al duce – Le molte storie del caso Zamboni, Il Mulino editore, Bologna 2000- pagg. 291) e l’incontro con il TNE e Teatro dell’Argine il progetto si concretizza. Questi eventi storici sono messi in scena all’ITC di San Lazzaro di Savena (Bologna) e vengono organizzate rappresentazioni per le scuole.
La storia e la memoria sono un elemento fondamentale di partecipazione delle nuove generazioni. “Sono curiosa si assistere – ci dice Ornella dell’Istituto Tecnico Commerciale “Pier Crescenzi” – a questo fatto. Abbiamo un grande archivio a scuola che deve essere utilizzato per farci conoscere la nostra storia”. “E’ stata letta la sceneggiatura nella nostra scuola – ci fa presente Fabio delle Aldini – Oggi abbiamo la possibilità di vederla rappresentata a teatro”. Ai lati del palcoscenico alcuni ragazzi assistono alla rappresentazione, a simboleggiare le ali di folla che seguono la sfilata. Al centro una sedia vuota che rappresenta il protagonista, Anteo, che non c’è.  
 

Teatro dell'Argine Società Cooperativa Sociale | Sede legale via dei Gelsi, 17 | 40068 San Lazzaro di Savena - BOLOGNA | P.I. 02522171202