Il TdA In Bolivia 17/09/2010

Il TdA In Bolivia

Il lavoro ferve in Bolivia dove Pietro Floridia, Alicja Borkowska e Gabriele Silva stanno conducendo non solo il laboratorio teatrale previsto per gli educatori ma anche uno per i ragazzi del Centro di Rieducazione Fortaleza sul tema metaforico del Diluvio Universale, che sarà alla base anche di un futuro progetto molto importante che ha in cantiere il Teatro dell'Argine.

Questi alcuni testi nati dalle improvvisazioni e dal lavoro svolto dai ragazzi.

L’orsetto ladro
C’è un ragazzino che ha disegnato un orsetto
Ha un fiore in mano l’orsetto. Il ragazzino
si chiama Pablito. Mi dice che l’orsetto
è felice perché è il suo compleanno.
Però l’orsetto non è felice. L’orsetto
è strafelice, è superfelice non ho mai visto un orsetto
così felice. Deve avere rubato quel surplus di felicità a qualcuno.
A Pablito credo. Sì, l’orsetto è felice anche per lui.
che non lo è. L’orsetto ha la fetta di felicità
che spettava a Pablito. Forse per questo è così orsetto.
Così pieno di curve e morbido e ciccione.
Però poteva lasciare un po’ di torta, qualche curva anche a Pablito.
Pablito che è tutto spigoli. Duri. Fanno male.
Gli servono a tenere lontano i predatori.
Non gli è rimasto niente della morbidezza
d’un bambino. Se l’è presa tutta l’orsetto.
L’orsetto ladro. Che ora ne ha per due,
che ora è molto più orsetto di un orsetto normale.
Ora è quasi un superorsetto
forzatamente disperatamente orsetto
nello sforzo di tirare fuori Pablito
dal carcere
almeno nel giorno del suo compleanno.
 
La leggenda del canguro boxeador
C’è un ragazzino. Ha 8 anni. Si chiama Adrian.
Ha una maschera da canguro senza occhi.
Alle sue spalle ci sono delle sbarre e del filo spinato.
Il ragazzino con la maschera da canguro mena colpi all’aria.
Mena colpi al cielo. Mena colpi al pioggia.
Mena colpi alla cieca perché la maschera non ha occhi.
Si è dimenticato di dipingerli Si è dimenticato di bucarli.
Così la maschera non ha gli occhi. Il canguro è cieco.
Però non ha paura. Picchia tutto quello che si trova davanti.
Non perché sia cattivo. Ma perché è un canguro boxeador.
Fin da piccolo l’hanno allenato per quello.
Fin da quando era nel marsupio di mamma canguro.
Doveva picchiare. Veloce. Preciso. Destro sinistro. Gioco di gambe.
Voleva diventare famoso per i suoi pugni. Una leggenda.
La leggenda del canguro boxeador.
Così si allena picchiando tutto quello che si trova davanti.
Senza vedere perché non ha occhi. Così picchia il vento,
il muro, la vetrina di un negozio, una cinghia di cuoio.
Un giorno davanti aveva una vecchia che aveva appena ritirato la pensione.
Destro. Sinistro. Stesa. Ma non lo sapeva che era stesa,
né sapeva della polizia e di tutto il resto…
perché la sua maschera non ha gli occhi.
Si è dimenticato di disegnarli.
Ora è in carcere e si allena con le sbarre, col buio nella camerata
con canguri quattro volte più grossi di lui, si allena
in attesa del ritorno. Il ritorno della leggenda. Manca appena qualche
anno e la leggenda tornerà. La leggenda del canguro boxeador.
 
Le tortughe al contrario
Ci sono quattro tartarughe. Sono molto amiche. Sono in carcere. I primi anni della loro breve vita aspettavano le visite la domenica, di uscire, il torneo di calcetto
ma anno dopo anno, giorno uguale dopo giorno uguale, aspettano sempre meno.
Almeno così mi dicono.
Poi però un giorno inizia a piovere. E non smette. Non smette mai.
Tutti imprecano perché l’acqua sale.
Tutti hanno affari, campi, vite rovinate da tutta quella pioggia.
Non le quattro tartarughe. Loro non hanno niente da rovinare.
Loro hanno solo da aspettare. Aspettare qualcosa da aspettare.
E finalmente qualcosa arriva. Cosa? Il contrario di quello che aspettano tutti gli altri.
(È sempre stato così. Fin da piccole. “Siete tutte sbagliate, fate sempre il contrario”
Così dicevano alle quattro tartarughe quando, appena nate, già facevano il contrario
e anziché correre verso il mare, risalivano la spiaggia. Perché dobbiamo buttarci in bocca ai gabbiani, che ci vadano gli altri….)
Da allora è passato qualche anno. Sempre a fare soltanto il contrario. Tutte le altre lente, loro veloci da brivido. Tutte con la propria casa, loro sempre a casa degli altri.
Finché a furia di fare il contrario, non le hanno messe in prigione.
Perché dimentichino il contrario. E invece…
Tutti aspettano che la pioggia smetta. Che il sole la sconfigga.
Loro no. Loro il contrario. Loro tifano pioggia.
Che insista. Che picchi duro. Che l’acqua salga. Che riempia il carcere. Che arrivi a un metro sul muro di cinta. Poi un metro e mezzo. Poi due metri. Tre. Quattro. Ecco ci siamo.
Tutti si disperano. Loro ridono.
Tra poco l’acqua avrà raggiunto la cima del muro. Tra poco traboccherà fuori.
E loro sopra. Sopra a filo spinato e cocci di bottiglia.
A galleggiare felici sopra tutto quel disastro.

I cani a due zampe
C’è un ragazzino senza un braccio.
L’ho notato quando ho fatto fare l’esercizio del battere le mani.
Mi ha guardato come chiedendo scusa. Lui a me…
Ha scritto una storia. Con braccio solo.
L’ha disegnata con un braccio solo.
Senza colori. Ho pensato: per colorare bisogna sfregare.
Su e giù. Il foglio si muove. Ci vogliono due mani per tenere fermo il foglio.
Per questo il suo disegno è in bianco e nero.
Magro. Come lui. Con un tratto solo. Senza pieni.
Solo linee. Più che linee, graffi.
Il disegno è diviso in quattro.
Nel primo quadro c’è una casa. Un uomo e una donna grandi.
E quattro cani piccoli. Con due gambe e un occhio solo.
Nel secondo l’uomo e la donna sono arrabbiati.
Hanno le bocche a zig zag come le zucche di Halloween.
Hanno i pugni chiusi. Lui ha quattro gambe.
Magre. Sembrano gambe di sedia, con le rotelle.
Ha il pene di fuori. Lei ha la gonna a triangolo.
Al centro del triangolo c’è una specie di occhio con tanto di ciglia.
La vulva credo (il tutto risulta identico al simbolo di Dio. Coincidenze?)
Nella storia mi scrive che sono i padroni dei cani che urlano contro i quattro cani
perché hanno fatto qualcosa che non gli piace.
Così li cacciano di casa ma i cani son contenti.
Infatti nel terzo disegno dalla casa nasce una strada.
E fuori dalla strada i cani a due zampe sembra che volino via.
Il disegno si chiama “los perros se van”.
Dove vanno? Nell’angolo c’è una specie di montagna.
Almeno credo. Una piccola linea in cima indica che sulla montagna c’è neve.
Poi inizia a piovere, allora i cani a due zampe cercano il mare.
Il quarto disegno si chiama “viven cerca el mar”
Infatti c’è il mare. E una casa sul mare.
Ha grandi finestre. Nel mare ci sono tre pesciolini piccoli.
E uno grande che va loro incontro. Ha la bocca a zig zag.
Sulla spiaggia c’è solo la metà dei quattro cani a due zampe.
Che fine abbiano fatto gli altri due non lo so.
Non me lo vuole dire. Però di fianco a questi due
Ci sono due nomi: Oscar e Maikol.
E se non servisse a niente?
Dice Ivan del Teatro Trono di La Paz
“Abbiamo fatto l’elenco di chi era passato di qua
dei bambini di strada che avevano fatto teatro con noi, abbiamo tirato una linea con una penna nera
su chi non ce l’aveva fatta, morto in una rapina,
per un’overdose, in un incidente, in prigione…
Poi ci siamo fermati. Era finito l’inchiostro.”
Perché quella candela, la più piccola,
la più a destra, la più storta, la più pallida
è rimasta accesa? Qual è stato il miracolo?
Accesa ancora. Nonostante acquazzoni
starnuti, processioni, compleanni, tanti, in prigione. 
C’è un disegno d’un lama.
Mezzo lama mezzo uomo.
L’ha fatto un ragazzo
Mezzo uomo mezzo bambino.
La faccia da bambino i muscoli da uomo.
Sotto al disegno c’è una scritta.
mezza in spagnolo mezza in slang.
Mezzo capisco mezzo non voglio.
Credo che racconti di un uomo con la testa di lama o di un lama con il corpo di uomo
che scendeva dalla montagne e violentava le ragazze che uscivano a bere l’acqua fresca del fiume.
Allora tutto il popolo gli diede la caccia
Bruciarono il bosco per costringerlo in una gola.
Lui uccise molti ma alla fine lo catturarono.
E lo rinchiusero in un labirinto
a forma di carcere.

Pre-giudizi
Prima no. Prima ne vedevo solo gli occhi
enormi, neri, pieni di mamma che non c’è.
Ora che so. Che so cosa ha fatto
per finire in prigione
vedo solo i denti
bianchi, aguzzi, lunghi
di cane non di bimbo.
C’è una vacca che ride.
Ride perché va in skateboard.
O meglio, sogna di andare in skateboard.
So che lo sta solo sognando
perché me lo ha detto Edwin che l’ha disegnata.
Si tratta della famosa “Vaca sonadora”
che sogna di poter pattinare per le strade
però il suo sogno non si può realizzare
perché è un animale e non un umano.
Come me - ha aggiunto Edwin
 
Tema. Il gatto
Il gatto è un animale
che deve stare attento
perché quando appare
un topo è il suo lavoro
ammazzarlo e lo deve
fare se vuole restare
nella casa. Fine.
 
L’aqu(i)la
C’era una volta un’aquila
Che stava sulla cima di una montagna
Le tirarono un tiro e cadde nel fiume.
C’era un serpente maledetto
Che ammazzava la gente.
C’era un orso che inseguiva
una vipera fuori da una chiesa
C’erano una volta due tori
incastrati per le corna
che erano costretti a stare uniti
anche se si odiavano.

Teatro dell'Argine Società Cooperativa Sociale | Sede legale via dei Gelsi, 17 | 40068 San Lazzaro di Savena - BOLOGNA | P.I. 02522171202